Dal tempo delle mele al tempo dei media

 

Io avevo le gambe a ciondoloni. A volte le incrociavo a volte no, poi nove volte su dieci mi si addormentavano, allora mi dovevo alzare dalla sedia e camminare un po’; solo che ogni volta mia madre, senza alzare lo sguardo, mi chiedeva “dove vai?” E io ogni volta, prima di risponderle, mi chiedevo come cavolo facesse ad avere la super vista che senza vedermi mi guardava e controllava.
Lei non poteva alzare i suoi occhi color Nutella perché stava finendo di scrivere le pagelle dei suoi alunni; era sempre concentrata, chiedeva a mia nonna se andasse bene quello che aveva scritto per Ginevra, se fosse stata troppo severa con Tommaso, se i genitori di Francesco avrebbero frainteso le sue parole.

Praticamente per lei questo era il momento più delicato del suo lavoro, conosceva perfettamente ogni dinamica di ogni suo alunno e sapeva quanto fosse importante descrivere precisamente l’andamento di ogni bambino. Bambini che con lei crescevano e si evolvevano. Bambini che lei amava. Bambini per i quali io, lo ammetto, ero altamente gelosa, ma solo per queste pagelle.

Le maledette e amorevoli pagelle di mia madre.

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Dal tempo delle mele al tempo dei media

 

Solo ora da mamma mi sono resa conto quanto siano importanti, ma anche quanto si siano modificati nel corso degli anni.
Prima erano fogli prevalentemente blu e si aprivano e riaprivano su loro stessi, da una parte c’erano le materie e i voti, poi le giravi e compariva il temuto commento scritto rigorosamente a mano dell’insegnante.

Si sentiva l’odore della carta, un odore diverso da tutti gli altri.

E poi c’era lo stemmone del Ministero della Pubblica Itruzione e il timbro della scuola; quando te le consegnavano sembrava che da lì a qualche giorno saresti partito come astronauta per il giro della galassia, per quanto fossero strutturati.

Ora è un foglio.
Uno, ma proprio uno.
Bianco.
Se nell’intestazione compare il nome dell’alunno e della scuola già è un miracolo.
Già dalle elementari non esiste più il giudizio bensì il voto.

Però uno pensa,

Ok, non si può vivere sempre nel passato.
Ok ok, facciamo finta che siamo moderni e che sto foglietto però meglio fotografarlo che qui due minuti e me lo perdo.
Ok ok ok, almeno però per riceverlo incontro le maestre e quello che mia madre scriveva in bella grafia, qui me lo comunicheranno oralmente e a me basta.

Mi deve bastare.

Però uno riceve,

bella mail da non so chi, dove cortesemente mi richiede username e password, perché fra un pochetto manco con le maestre potrò parlare, manco quell’ansietta da toto voto dietro la porta del corridoio posso avere, perché tutto quello che mia figlia ha costruito nel suo anno scolastico, lo potrò ricevere comodamente a casa. Con un mail.

Una mail….

Specifico una cosa fondamentale: io non ce l’ho con gli insegnanti. Anzi. Scioperate ancora e ancora, perché qui TUTTI VOI dovete lottare per i vostri diritti, affinché poi i vostri doveri possano essere eseguiti nel pieno della serenità.

Ma mi rivolgo a chi si alza la mattina e pensa a queste genialate.

In tutta questa evoluzione tecnologica, dove avete pensato di inserire la parte umana della scolarizzazione dei nostri figli?
Dove avete pensato di sistemare quella cosa che si chiama empatia, tra la maestra e il genitore?
Dove avete pensato di trovare il posto per le emozioni, gli affetti e la naturale partecipazione che l’alunno, il docente e la madre devono sentire in modalità diverse, nei confronti di materie, disciplina e apprendimento?

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Dal tempo delle mele al tempo dei media

 

Qui nessuno si incontra più.
Qui nessuno incontra, stringe la mano, parla, sorride, si complimenta, si raccomanda per il prossimo anno, da un pizzicotto sulla guancia.

Anche perché ora, per quanto mi riguarda, l’utilizzo di questo superprocessore mi servirà solo per le pagelle, ma andando avanti, con le medie e con il liceo, io madre potrò guardare in diretta voti, interrogazioni, assenze, orari definitivi e tanto altro.

E mi dite voi come questi bambini che poi diventeranno grandi, potranno apprendere a pieno la propria autonomia se noi staremo sempre lì a controllarli?

La scuola è il loro micro mondo, è il luogo primario dove devono succedere per forza determinate cose.
Devono prendere note e si dovranno organizzare loro le interrogazioni finali e la bugia e la marinata a scuola non sono d’obbligo, ma l’esistenza di una gestione propria ci deve essere.

Ma vi immaginate che palle quadrate e che ansia avere i propri genitori hacker della propria crescita?
Ma è veramente giusto così?

E poi, tutti quei bei sentimenti adrenalinici pre colloquio con i prof e la solita domanda “allora? Che hanno detto?”, ma dove e come verrà usata?

Ho un po’ paura. Qui ci lamentiamo tanto dei nostri ragazzi, sempre col dito sul telefono e poi noi li circondiamo di tecnologia quando dovrebbero solo sfogliare della carta. Anche riciclata, ma per favore, che sia carta porca misera.

di Elisa Giani