Dietro un grande uomo, c’è sempre una grande mamma

 

Credo che per la prima volta sia in stato Matrix. In quella scena dove lui con i capelli leccati da una vacca, un cappotto pesante ottanta chili e con un cellulare a forma di banana sbaragliava un sacco di cattivi con un colpo di salto, solo perché aveva capito il sistema binario digitale.
Che invece io per farmelo entrare in testa ci ho messo tutta la sessione invernale 2005/2006 di istituzioni di regia digitale, uno e due.

Ma questa è un’altra storia.

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By Etam Cru_street art.

Allora c’era l’impomatato che nel film faceva questo:

-salto.

-poi si bloccava tutta la scena.

-poi l’inquadratura girava un sacco e faceva vedere che lui rimaneva fermo e noi potevamo fare una crociera virtuale su tutta la lotta in ogni angolazione.

Dai che ve lo ricordate.

Ecco, a me praticamente ieri è successa la stessa cosa. Ma dentro casa mia. E davanti a me non avevo Keanu Reeves nel pieno del suo splendore (peccato aggiungerei), bensì mia figlia, che, nella totale serenità, sottolineava più e più volte ciò che stava affermando da qualche minuto al padre per telefono: “si, ok papà, tutto molto bello. Ma dobbiamo trovare uno spazio per fare i compiti”.

Trovare uno spazio per fare i compiti.

Forse avete capito male, indi per cui voglio ribadire il concetto:

mia figlia di sette anni e mezzo, con la bocca fatta per metà ancora da denti da latte, lo smalto glitterato ai piedi e un orsacchiotto sotto l’ascella, ha comunicato SPONTANEAMENTE la volontà di fare i compiti tra una una cosasicuramentebelladafarecolpadre e l’altra.

Secondo voi la mia stanza si è trasformata nel vecchio set della trilogia più discussa degli anni novanta? Peggio. Si è girata e rigirata come un calzino, io non sapevo che fare, lacrimare, baciarla, regalarle un pony, invece nulla, basita. Io ero ferma immobile nel vedere questa piccola squinzia cominciare a procedere nella sua vita con le sue gambe. A decidere da sola cosa fare, a capire che il piacere è piacere solo se accompagnato dal dovere, che ognuno di noi nel proprio piccolo, ogni singolo giorno, deve portare a termine.

E questo mi sa che un po’ gliel’ho insegnato io.

E questo mi ha fatto riflettere (STRANO!). Questi qui stanno crescendo, lo stanno facendo sul serio. E ho percepito per la prima volta che è per merito nostro. Che se guardano una stella è perché siamo stati noi a fargliela notare per primi. Noi siamo i primi.

Noi genitori viviamo costantemente tutte le prime prime volte dei nostri figli. E questa cosa ci dà poteri enormi, purtroppo. O per fortuna. Ancora non lo so.

La questione tanto è diversa. Perché non è tanto come reagiranno loro, ma su cosa dovranno reagire e questa “cosa” è offerta quotidianamente da noi. Anche quando non parliamo, anche quando non insegniamo in maniera diretta.

Siamo dunque noi gli artefici del destino dei nostri figli?

In parte credo di sì.

Quando siamo stanchi e comunque ci alziamo per andare a lavoro.
Quando abbiamo la morte dentro, ma diventiamo rocce davanti a loro.
Quando li costringiamo a infilarsi a forza la canotta della salute.
Le sorprese.
La colazione preferita.
L’urlo dovuto alla stanchezza.

Piccole cose che rendono la loro vita migliore e peggiore a seconda dei casi. Ma tutte cose che vivono per la prima volta con noi e con noi trovano la giusta via per inquadrarle e viverle.

Siamo la loro colonna sonora e lo saremo anche quando non vivranno più con noi. Perché non c’è scampo alle prime prime cose.

Allora forse, a volte, è il caso un attimo di bloccarci. O di bloccare la scena, la loro scena; di viverla in tutte e per tutte le angolazioni e di capire tutta la dinamica della lotta.

Perché ora possiamo essere spettatori, perché ora fondamentalmente ce lo stanno permettendo e possiamo essere i documentaristi della loro vita in tutto e per tutto. E forse avere l’astuzia di aiutarli da lontano, rimanendo noi stessi.

Poi chissà.

Grasso che cola se ci inviteranno allo spettacolo.

di Elisa Giani