Io speriamo che me la cavo

 

(spoiler: parlerò di ciclo mestruale. Chi di voi fosse un maschietto, prima di tutto si faccia qualche domanda sul perché segue ciò che scrivo, secondo uscisse momentaneamente dalla conversazione. Se sei tu, oh dolce mio fidanzato, no tu rimani, perché si.)

Allora, oggi è lunedì, ho appena litigato con i tipi della telefonia fissa a cui faccio riferimento da non mi ricordo quanti anni e ho il ciclo.

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Illustrazione di Fernando Juarez

E quando a me viene il ciclo, sembra sempre che tutto il reflusso ormonale che avrei dovuto avere durante la gravidanza e che non ho avuto confluisca come un missile spaziale a centocinquantamiliardi di chilometri dentro questi cinque giorni.
Poi svanisce.
Poi ritorna.
Poi svanisce di nuovo.

E io come una cretina non mi dico “Eli, bella mia, tranquilla, la tua esistenza va benone, lo sai benissimo che ora stai così malaccio solo per il ciclo. Poi passa. Poi tutto torna nel verso giusto.

No. Non esiste. Ciondolo per casa dicendo e procrastinando la qualsiasi, pure la pipì. Non mi va. Tipo anche ora. Non mi va di scrivere, però anche si. Perché se non scrivessi e continuassi a ciondolare, il mio delicato equilibrio andrebbe in frantumi e comincerei solo a fare due cose.
Piangere e fumare.

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Illustrazione di Fernando Juarez

Oggi non sono la giovane madre spigliata e solare.

– Oggi sono solo il buio oltre la siepe.
– La ciccetta che ti avanza sotto le ascelle da un bustino stretto.
– Sono i pantaloni a pinocchietto bianco con le tasche laterali.
– Il piatto messicano sbagliato al primo appuntamento.
– L’antenna satellitare fuori uso il giorno dell’ultima puntata di Grey’s Anatomy.
– Sono una cosa fottutamente sbagliata.

Però solo in questo giorno riesco a creare intorno a me ragionamenti abbastanza efficienti per poter ancora campare.
Per esempio mia figlia: giovane e splendida fanciulla. Ma anche a tratti rompi palle e un po’ maniaca del controllo.
Passiamo quarti d’ora infernali per la scelta delle scarpe da indossare, occupiamo bagni a feste bucoliche per cercare di riprenderci dopo essere state testimoni della troppo rapida sparizione di polpette per ora tanto attese. Concepiamo il concetto di dimostrazione di affettività fisica unicamente ad anni alterni.

E rispondiamo.
Cioè lei risponde.
Io mi arrabbio.
Lei già comincia a dire che “io non la capisco”.
Io faccio la vaga.
Lei a domande comuni risponde “non è un mio problema”.
Io svengo.

Ora, non so se è per il ciclo, ma la faccenda della comunicazione pesante e sottile, pensavo cominciasse fra un po’, non subito dopo la fine dell’era del neonatismo! Non ho fatto in tempo ad abbandonare ninne-nanne e pannolini, che la figlia mi si è già trasformata in una prossima adolescente automunita di sentimenti con pronte cariche le migliori frasi per potermi scotennare a puntino?!
Non penso sia né sarà una piccola grande stronza, ma questa mia latente depressione post post post post post post post e ancora un sacco post parto mi sta facendo sorgere dei dubbi.

Non è che più noi emancipiamo questi bimbi e più loro poi ci sguazzano felicemente?
Non era meglio quando c’era solo la domenica a messa e il resto dei giorni il cortile?
Chiaro, i tempi cambiano, ma anche questa cosa che io non sono mai riuscita a sculacciare mia figlia, perché contro ogni tipo di violenza, ma non è che mi si sta ritorcendo contro?

Qual è la giusta misura per non creare figli né troppo stressati né troppo arroganti?
Oppure ogni epoca ha i figli (e quindi i genitori) che si merita?
Vi immaginate anche solo uno dei nostri bambini, che ne so, negli anni trenta? Sarebbe risultato un disertore della famiglia, un cospiratore delle tradizioni, sicuramente un anarchico, mentre oggi magari ci gonfiamo pure d’orgoglio nel vederlo tra la gente.
E poi è normale, una comune evoluzione comportamentale, ma allora perché io già a trent’anni dico “ai miei tempi”?
Questa frase dovrebbe cominciare ad uscire dalla mia ipofisi verso i cinquanta, non ora! Quindi, sono vecchia, vecchissima dentro, oppure sti ragazzini qui corrono socialmente talmente forte che alla fine pure noi invecchiamo prima.
E prima diventiamo rompi palle.

Non mi piace avere questo distacco. Ma dall’altra parte non so che fare.

“I loro 14 anni sono i nostri 20 ormai”
Eh no, proprio no vi prego! Io mi dissocio da questo posticcio pronostico sociale da quattro soldi. I loro 14 sono i loro 14 anni, un pochino più vispi, ma pur sempre 14 anni!
Anche perché a venti si fanno letteralmente cose che a quattordici è impensabile compiere…
Ma anche a quindici…
Pure sedici…
Diciassette…
E a diciotto ne riparliamo.

di Elisa Giani