Lacrime di coccodrillo: perchè quest’anno odio il Back to school di mia figlia

 

Qualche tempo fa, più precisamente nel 1989, mia madre disse questa frase: “Mah in realtà lei è brava, lei potrà fare tutto perchè tutto le riesce bene“. Non ricordo ora a chi disse questo grande segreto universale riguardo il mio decente spirito di adattamento, ricordo però precisamente che sfiorò la mia autostima facendola crescere almeno di due centimetri metafisici.

Da quel momento ogni primo giorno di scuola, prima di entrare, è sempre stato scandito da un unico piccolo mantra mentale che mi facevo alla salita delle infinite scale di quel groviglio di piani che era la mia scuola.

“Io posso fare tutto. Anche greco. Io ci riesco. A me le cose riescono bene.”

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A me le cose riescono bene! – Illustrazione Mi-Kyung Choi

 

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Sempre bene! – Illustrazione Mi-Kyung Choi

Ovviamente ogni anno che iniziava, l’entusiasmo del primo giorno diminuiva sempre di più, come una sigaretta fumata furiosamente da quattro tossici appena evasi. Ma in fondo sticazzi. In fondo l’argomento della conversazione oggi non sarebbero dovute essere le mie ansie da prestazione in quanto figlia, bensì quelle in quanto madre. Sì perchè fra una manciata di ore la mia piccola Margherita si sveglierà ed entrerà a far parte di quelli che stanno in terza elementare. Me li ricordo io quelli di terza elementare quando io stavo in prima. Ricordo che si giocava a rialzo e io avevo un grembiule osceno. E mi ricordo che quelli di terza erano dei semi Dei che correvano felici e riuscivano sempre a vincere. Me li ricordo tutti alti, tutti belli, tutti biondi. Mi ricordo che avevano sorrisi smaglianti e voci rassicuranti. Mi ricordo che erano proprio, ma proprio grandi.

Sarà stata colpa del grembiule distintamente diverso per far sembrare noi del primo biennio un po’ dei perfetti cretini, ma a me sta cosa del passaggio iniziatico della terza elementare mi è sempre rimasta fissa nella mente. Tipo quando le tribù di tutto il mondo spediscono i loro giovani maschi nella foresta nera per giorni e giorni giustificando questo atto totalmente incomprensibile, come un qualcosa da fare perchè si, si cresce e questi qua devono diventare adulti (e cosa c’è di meglio di farli crescere forti e sani traumatizzandoli dentro il cuore di una foresta Amazzonica!).

Ecco per me la terza elementare è la foresta nera. E per qualche assurdo motivo mi sta creando allucinazioni da paranoia più ora con mia figlia che in passato con me stessa.

Ora. Io non voglio essere di quelle mamme rompicoglioni che tutto deve ruotare intorno a me anche quando avranno vent’anni, no. Ma questa faccenda della crescita mia sta sfuggendo leggermente di mano.

Se fino allo scorso anno segnavo i giorni di vacanza sera dopo sera nella speranza che così si potesse avvicinare più velocemente il primo giorno di scuola, ora, oggi, quest’anno è diverso. Quest’anno abbiamo attraversato il periodo estivo senza alcun intoppo. A Roma, mentre io continuavo a lavorare, Margherita scandiva le sue giornate tra nonni, giochi e centri estivi, immagazzinando un’autonomia mai vista; una volta partite la situazione si è fatta ancora più serena.

Lei è grande, diventa grande ogni secondo, ha pensieri da grande, sguardi da grande e sorrisi da grande. E se prima a tutto questo cambiamento c’era di cornice un tramonto pugliese, oggi, ora, la sua crescita viene scandita da piccoli gesti quotidiani che fino a qualche mese fa descrivevano una bimba che forse ora sta assumendo sembianze adulte definitive.

Possibile che una come me possa avere botte emotive del genere? Possibile che a me sto primo giorno di scuola quest’anno mi pesa come un macigno? Possibile che trascorsi gli ultimi cinque anni sola insieme a questa squinzia, la mia maternità latente abbia avuto una scossa talmente tanto forte da fare il giro e diventare maternità pressante (almeno dentro di me, che a Margherita se le concedo un dito mi si prende 3/4 di corpo)? Sto con lei e nulla, non mi pesa nulla, esco, lavoro, torno a casa e mi prendo cura di lei senza avere alcun tipo di tic da scompenso nervoso causa zero minuti per se stessi. Ho addirittura detto al padre di non preoccuparsi se quest’inverno dovrà lavorare tanto, che tanto ci sarò io anche nei giorni del papà. Una pazza scocciata col botto carpiato. Perché ora non solo non mi pesa abbracciare serenamente il suo continuo bisogno di me, ma mi fa incazzare se non ci dovesse essere.

Sì ok, lo so, perchè si sta avvicinando quella cosa che si chiama “fase in cui i tuoi figli non ti si cagheranno più di striscio per cui fai scorta”; immagino, però così è allucinante. Così uno potrebbe rischiare di rovinare la propria immagine sociale, un macello, vi prego aiutatemi.

Cerco di convincermi che sarà una gioia portare mia figlia a scuola, che finalmente avrò parte della giornata per me da poter organizzare come qualsiasi persona normale adulta, proverò a fare finta di nulla su quanto sia stato fico non darle un orario per andare a dormire e addormentarmi sul divano con lei e strisciare sempre con lei alle tre di notte verso i nostri rispettivi letti, o quando io qui a lavorare e lei calma di là a giocare con la porta chiusa perchè mamma ho bisogno dei miei spazi. Oh io ci provo.

Poi se continuo a lacrimare dopo sette giorni da sto cazzo di rientro a scuola, vorrà dire che la mamma buona dentro di me si è definitivamente mangiata il coccodrillo.

Alleluja.

(Le illustrazioni di questo articolo sono di – Mi-Kyung Choi)

di Elisa Giani