Le 5 figure imbarazzanti che un figlio fa fare in spiaggia

 

Bello. Tutto molto, ma molto bello.
Perché quando uno lavora sodo e poi le giornate si allungano, la temperatura aumenta, le scuole finiscono, il traffico diminuisce e tutto sembra correre un po’ di più, la domenica ha un sapore diverso.
Non fa paura come d’inverno; non sembra quell’accumulo insignificante di ore nelle quali tu, madre, non sai cosa fare e preghi Dio che tua figlia si accorga della tua presenza in casa almeno dopo un po’.

Le domeniche estive sono libertà. Felicità.
La cosa assurda è che lo sono anche per noi genitori.

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Le 5 figure imbarazzanti che un figlio fa fare in spiaggia

Nelle domeniche estive si va al mare. Non si fanno biscotti. Si esce da casa presto e stranamente pure tu sei contento, non ti lamenti nel traffico, perché semplicemente sai qual è la meta. L’inconfondibile meta dell’italiano medio imparentato con dei bambini. La spiaggia.

La quale inizialmente, da lontano, appare come un miraggio; ogni passo verso di Lei è una giornata di lavoro che ti scrolli di dosso. L’odore della sua sabbia riecheggia ricordi d’infanzia e il colore variegato degli ombrelloni schiccherano la tua ipofisi di un’incredibile sensazione di benessere.

Stai a Fregene grondante di sudore e pieno di ombrelloni, borse termiche e sdraiette, ma te vedi solo Mare e Maldive.

Mare&Maldive
perché sei buono
un bravo essere umano
un gran lavoratore
e tu ti meriti i tuoi mari assolutamente cristallini e puliti solo nella tua testa
e Maldive che basta un ombrellone di paglia dello stabilimento accanto per crederci
fino al momento della resa dei conti
dove se non sei forte tutto crolla
quel momento è unico e ben preciso
quando ti accorgi che accanto a te c’è tuo figlio.

Ora, io Mina la amo alla follia e adoro pure vivere con lei il mare.
Ma c’è una cosa che proprio non sopporto: le sue innocenti seppur continue figure de merda che ogni volta riesce a farmi fare con i nostri vicini di ombrellone. Ne ho catalogate un po’, oggi per esempio ha fatto poker.

#1: TONO DI VOCE
Ah, io non capisco. Ovviamente noi arriviamo sempre tardi, ma questo non credo giustifichi la nostra entrata: un carro del carnevale di Rio. Lei fa così; calma e Biancaneve per il tragitto dalla macchina all’entrata della spiaggia, urlatrice di giornali anni ’40 dal primo passo sulla sabbia. La gente, rilassata e confortata dal silenzio, si vede animare fonicamente l’ambiente da mia figlia, come se ogni volta vedesse il mare per la prima volta, manifestando gioia incontrollata a botte di decibel incontrollati e passibili di reato.

Perché.

#2: FILOSOFIA DELLA RICHIESTA

Credo abbia capito che alla venticinquesima volta la richiesta da essa effettuata possa possibilmente trasformarsi in realtà. E credo abbia anche affinato la disquisizione di tale richiesta ovviamente nei momenti meno opportuni per me ma più efficaci per lei, tipo nel momento esatto della stenditura del telo (di venticello stronzo compreso) o meglio ancora nell’infilamento infernale dell’ombrellone; per quest’ultimo la finezza della richiesta in questione si acuisce verticalmente nella speranza che da venticinque si passi automaticamente a due. E ha ragione.

Perché.

#3: RICATTO

Ovviamente il punto uno non viene più lasciato fino al varcare di nuovo il mattonato di docce munito alla fine della spiaggia (e della giornata); il ricatto è la figura di merda che però più mi fa ridere. Le minacce da lei pervenute a mio discapito sono semplicemente perfette: “mamma guarda che l’ultima volta mi avevi promesso e poi non hai mantenuto, per favore almeno oggi, fallo”.

Sembro a tratti la figlia segreta di Margaret Thatcher, una tiranna che durante la settimana, infligge una vita monastica alla figlia e durante il giorno del Signore le concede poche ore di vitamina D per non destare sospetti. Ho visto donne attorno a me fare cenno di No con la testa. Dopo appena 7 minuti di mare.

Perché.

#4: CONCETTO DI ALIMENTAZIONE.

Niente. vai al mare e lo stomaco dei bambini si trasforma in un cunicolo oscuro senza fondo; almeno quello di mia figlia. Potrebbe mangiare in continuazione. Ma cos’è? Lo iodio? La trasformazione microclimatica città-mare? Cosa succede, ma soprattutto a quale scopo? Cioè, io te lo do pure da mangiare, ma mi fai almeno spogliare?!

Posso sedermi un attimo lì, su quel pezzo di stoffa che ho comprato e che teoricamente si chiama telo da mare che fa riposare le chiappe lavoranti delle persone? Posso mettermi la crema che se non lo faccio mi trasformo in un enorme fiordifragola?! Te lo prendo il gelato, ma calmati ti prego, fammi due castelli di sabbia almeno, alla fine mi sono incollata da sola sei chili di plastica giocosa, usali porca miseria, per un minuto uno solo. Non muori di fame.

Davvero signora che mi stai accanto di ombrellone e che ora mi stai riguardando accennando il solito No colpevolizzatore, io sta ragazzina la nutro, sempre, tre volte al giorno da sette anni, e ho detto SETTE. Ma la guardi! Non faccio altro! Però se proprio insiste io un pezzo di lasagna la prendo che ho dimenticato il pranzo in macchina grazie.

Perché.

#5: MOMENTO CAMBIO COSTUME

Ormai sono quasi arrivata alla fine di sta giornata. Non vedo l’ora che sia domani per ritornare a lavoro. Qui in spiaggia tutti ormai sanno chi è Margherita e guardano me in cagnesco mentre le danno un cracker da dietro la schiena. Io provo a fare il bagno con lei e lei accetta come quando si porta fuori per un quarto d’ora la nonna vecchia.

Ormai alle sei del pomeriggio so che servirò solo a un’unica cosa: a fare da camerino al cambio costume, perché mo le è presa la fissa della copertura. Anche se poi il bagno a mare ancora lo fa nuda. Quindi occhio che se un pezzettino di chiappa si vede, eccolalà che sei subito segnalata come madre che non rispetta la forma di genere della propria bambina. E io lì con le gambe piegate a tre quarti che manco il più stronzo degli istruttori di pilates ti fa stare così per così tanto tempo. Ovviamente nove volte su dieci se lo mette al contrario.

Perché.

Che poi rimane facile la soluzione.
Rimane facile che Margherita rimane con i nonni al mare e ciccia al sugo.

di Elisa Giani