Le 9 cose che non potevi fare a 18 anni, ma a 30 sì

Diario di bordo intergalattico malamammoso.
Sono passati esattamente 13 giorni da quando Margherita è fuggita per lidi marittimi più propensi a questi climi.
Io ho sostanzialmente lacrimato ogni giorno perché mi mancava.
Ora che sta tornando lacrimo perché da qui a due giorni non potrò più cenare con una Peroni Gran Riserva in mutande guardando True Detective.
Ho la sensazione che dovrò rifare la spesa.
Non mi ricordo neanche come si fa.
Comunque.

La pacchia è giunta al termine anche quest’anno e come ogni prima quindicina di luglio ho raggiunto il pieno possesso di tutti gli elenchi che avrei voluto fare nel corso dell’anno. Tipo questo. Perché la cosa che più mi ha stupito di questi giorni di socialità fuori media, è che certe ragazze sembrano proprio grandi. Come si vestono, come fumano, come parlano. Io le vedo piccole, ma in realtà loro vorrebbero apparire grandissime.

Piccole, ma grandi.
Oppure grandi, ma ancora piccole.
Da qui ho capito una serie di cose che alla loro età avrei voluto fare, ma facendole automaticamente diventavo stupida, ridicola, fuori contesto.

No?!

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Illustrazione di Anna Hammer

Ora invece farle (e farle a 32 anni mi libera dalla drammaticità del gesto), posso permettermelo e giocarci su.
Tipo:

#1: GIUSTIFICARE I TACCHI A MEZZOGIORNO.

Quando hai vent’anni sei scema se ti infili un paio di trampoli. Ora invece più te li metti e meglio è. Hai libertà assoluta nel farlo in ogni dove. Pure per la spesa. Ogni ruga messa nella parte in alto a destra del tuo occhio è un motivo in più per aumentare i centimetri delle tue scarpe. Questo è quanto.

#2: GIUSTIFICARE IL ROSSETTO DALLE OTTO E MEZZA DI MATTINA

Una donna a parer mio non può uscire senza un rossetto nella borsa. Quando sei giovane tale accessorio poteva essere accompagnato da una festa dei diciotto anni, di laurea, insomma qualcosa di grosso. Altrimenti la questione credibilità credo potesse essere molto labile. Ora io piglio e me lo metto, e contemporaneamente alzo la mia bandiera della femminilità e scendo in piazza e urlo ai potenti struccatori di femmine che il rossetto c’è ed è potere e faccio un po’ come mi pare.

#3: GIUSTIFICARE LA CERETTA ALLE UNDICI DI SERA 

Se si facesse a vent’anni, vorrebbe dire due cose:
1) l’uomo della tua vita ti ha fatto una sorpresa ed è sotto casa.
2) un uomo a caso ti ha fatto una sorpresa ed è sotto casa.
In entrambi i casi tu partiresti di pigiama di pile e fascione in testa. Per questo scatti e ti depili.
A trentanni, invece, non è tanto la citofonata o meno che ti smuove da quel divano e ti porta a infilarti al bagno per un’ora e più, è che hai talmente poco tempo che solo questa fascia di orario ti è rimasta per te stessa. Questa è Pasquetta.

#4: POTER REALMENTE DIRE  “CI STO LAVORANDO SOPRA”

Quante volte questa frase è stata utilizzata mentre studiavamo. Allora studiare è studiare; lavorare è lavorare. Non si può utilizzare un termine per indicare un’azione totalmente diversa.
E’ come dire “vado a fare la spesa”, ma in realtà ti sei comprata nove paia di scarpe (indubbiamente fondamentali come il nutrirsi); perché quando siamo giovani, vogliamo fare i supereroi con il curriculum degli altri, tutti contratti a parlare dell’esame di semiotica davanti alla macchinetta del caffè dell’aula magna, come se parlassimo del prossimo G8.
Ora sì, sono dentro fino al collo, le riunioni sono vere riunioni. Gli straordinari sono veri straordinari. In sostanza elementi per essere isterica a lavoro, adesso ci sono.

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Illustrazione di Anna Hammer

#5: POTER REALMENTE DIRE “AI MIEI TEMPI”

Diventavo viola quando mio nonno proferiva questa frase. Di solito era a tavola. Di domenica. Dopo il telegiornale delle 13.30. Tutto per lui faceva schifo, tutto. La politica, i giovani, la società, l’istruzione, MA, ai suoi tempi invece il paradiso. Ma quello vero, con gli ometti nudi e gli alberi pieni di frutta. Tutto era migliore, pure le cose peggiori erano peggiori migliormente. E io che rosicavo, ma tanto. Mentre ora. Sollievo. Posso dirlo. A quelli di dieci anni e basta, ma posso dirlo, e la cosa assurda sapete qual è? Che mi ascoltano pure.

#6: POTER REALMENTE DIRE CHE SI E’ ANDATI AL CONCERTO DI QUALCUNO CHE ORA E’ MORTO

Perché questi cantanti, più muoiono giovani e più sono leggenda. Quindi se loro, cioè i morti che cantavano, sono morti, e quindi leggenda, io, che ero quella che andava a vedere quelli che cantavano prima che diventavano cantatori morti leggendari, ripeto io, automaticamente divento il meglio del meglio. Posso creare ricordi di uomini o donne che ora sono solo miseri poster o documentari, narrare esperienze mistiche di voci ascoltate dal vivo, descrivere attese, bis, rientri, ritardi, tutto…. Praticamente loro muoiono e io mi vanto.

#7: INSISTERE PER UNA CAMERA D’ALBERGO DECENTE

Se lo fai a vent’anni tutti ti disprezzano; ti umiliano puntando il loro dito indice dallo smalto bislacco. Saresti la snob del cazzo che rovina la vacanza a tutti, mentre tu vorresti solamente non dormire accanto a una blatta. E invece NOOOO. Campeggio, docce in comune, cessi alla turca, tutto per un mare fantastico, sì, ma che poi ti giri e vuoi solo lo stagno di Fregene.

#8: INSISTERE PER LA RICEVUTA AL RISTORANTE

Ormai si lavora. O meglio. Ormai veniamo sfruttati per pochi spicci, però quei pochi spicci sono il nostro orgoglio. Ed è proprio con l’orgoglio nel petto che quando chiedi il conto al ristorante e ti arriva uno scontrino non fiscale con solo il totale, che si alza la mano e con tutta la gentilezza scaltra che ti contraddistingue e il tuo rossetto ormai sfatto perché messo ostinatamente alle 8.30 del mattino e chiedi “mi scusi, posso avere la ricevuta completa?”. Farlo prima sarebbe stato un atto di assoluta dedizione e cura nei confronti di soldi non tuoi. Lì bisognava essere signori, ora tocca fare solo i poracci, ma pignoli.

#9: INSISTERE PER PRENDERE UN TAXI

Io fino ai miei venticinque anni non ho mai preso un taxi. Mai. Credevo fosse solo uno strumento per gli anziani. Avevo dentro il mio cervello la mappa intera di tutti gli autobus di Roma, tutte le ipotetiche multe che avrei potuto prendere nel corso di un mese e soprattutto tutte le fermate dove potenzialmente si sarebbe potuto fermare quel manzo di Francesco. Ma questa è un’altra storia. Anche perché in realtà lui aveva il motorino, per cui usava pochissimo l’autobus. Comunque. A che scopo prendere un taxi che in un quarto d’ora ti avrebbe portato a destinazione, se avrei potuto fare lo stesso tragitto impiegandoci sette ore di più, ma a un prezzo decisamente competitivo, ovvero gratis?!

Gli anni passano.
Io vedo solo gente giovane.
Peccato che loro invece si vedano come donne e uomini più vecchi di me.

di Elisa Giani