Le sei case di mia figlia

 

(sottofondo musicale: The Paper Kites_Featherstone)
Mia figlia mi fa ridere. Sempre. E questo sempre ormai è da parecchio. Tipo che mi racconta come rimorchia i maschi a ricreazione facendo la faccia della cavalletta “perché sono le cose che piacciono a loro” o come quando in camera da sola conversa con le sue Barbie facendo finta di essere la guida turistica.
Ma credo che questa cosa qui capiti un po’ a tutte le mamme (e pure alle zie e alle nonne…)
La cosa che forse fa la differenza è che mia figlia è figlia di due genitori felicemente separati.

Ora. Non voglio di certo ammorbarvi con tutta la letteratura ottimistica nei confronti di una genitorialità serena a priori, la cosa che qui conta è un’altra.

Lei non ha assoluta memoria di me e del padre sotto lo stesso tetto.

Per lei è stra-normale la sua vita, ovvio, vede anche gli altri suoi amici, vive situazioni familiari tradizionali, a volta mi tira pure frecciatine che manco Robin Hood nel pieno della popolarità riusciva a scoccare, però in generale se la cava abbastanza bene con questa faccenda.

Per esempio riguardo la sua personale topografia quotidiana.

Il suo concetto di casa è diverso. Non ci sono versi.

Lei vaga.

Lei viaggia.

Lei concepisce letti e non letto.

Lei guarda lo stesso cartone ogni sera, ma in televisioni sempre diverse.

Lei ha puzzle da una parte e case dei My Little Pony dall’altra.

Praticamente una gitana di sette anni.

E non pensiate che tale faccenda mi sia scivolata addosso come le peggiori creme idratanti in commercio; no no. Sono stata uno straccio alcune volte mentre la vedevo sommersa di zainetti (scuola-oboe-sacca nuoto-cambio) salire a casa del papà o quando la vedevo imbarazzata perché aveva dimenticato da qualche parte lo spazzolino e il dentifricio e non si ricordava dove.

Ma lei sorride; lei sorride sempre. Ha la capacità di sdrammatizzare sempre tutto e sapete perché?

Perché per lei tutto questo è la normalità.

E un po’ lo sta diventando anche per me.

E questo, signori miei, è la cosa che più mi fa ridere, ma dentro. Nel cuore proprio.

Non penso di essere una cattiva madre perché le ho “regalato” sei case dove spassarsela, dal momento che proprio Margherita ormai ha distinto per ognuna una propria bellissima peculiarità.
E io questo non lo trovo triste, lo trovo affascinante.

 

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Le sei case di mia figlia

 

 

Un po’ credo di aver capito come funziona tutto:

#1: CASA MADRE_QUELLA DELLA MAMMA.

Questa per lei è il campo base. Qui c’è una pazza scocciata che si fa chiamare mamma; noi qui insieme conviviamo nel vero senso della parola. Ormai se di notte deve fare la pipì, non mi chiama, si alza e la fa, da poi uno sguardo al divano, mi vede con la bolla al naso, mi accompagna a letto e torna a dormire. Qui lei cucina, fa i compiti, ha i suoi giochi più preziosi e tutte le gonne. Lei qui invita amici all’ultimo minuto e vede la tv fino a tardi quando io esco e rimane con la baby sitter. Lei qui ha il suo gatto che dice essere sua sorella e si occupa di lavare i vetri e sparecchiare la colazione. Qui si sente un po’ più grande, un po’ meno figliolina, ma molto molto mar.ghe.ri.ta.

#2: CASA LOVE_QUELLA DEL PADRE.

Io lo vedo nei suoi occhi. Che brillano. Quando sa che deve andare dal papà lei esplode di tutto. È il suo principe azzurro; è come quando si va dal fidanzato per una sera. Stacchi il cervello e ti dedichi solo a lui. Margherita diventa figlia che viene protetta (e lei lo sa) e amorevole bambina. Non pianta grane, non si lagna, lei è del padre e sta cosa della sindrome d’Elettra è proprio vera.

#3: CASA DEL VIZIO_QUELLA DELLA NONNA (PATERNA)

Quando le dico che andrà a dormire dalla nonna lei fa solo una cosa: salta. Ma salta tanto e per un sacco di secondi. Lì Margherita diventa una principessa indiscussa. La nonna non la vizia, la mette direttamente su un trono regale emotivo e non la toglie da lì finché non torno a prenderla. Il letto matrimoniale è il suo, la colazione a letto è sua, la televisione, i giochi, il cibo, suoi. Due generazioni di femmine a confronto con almeno altre due in mezzo che le dividono; la nonna che cerca di insegnarle la schiena dritta mentre mangia, la nipote che le spiega chi è Doraemon. Lo smalto è solo per le grandi occasioni e sapere la storia del Colosseo è d’obbligo.

#4: CASA DEL CONFRONTO_QUELLA DEI NONNI (MATERNI).

Dai miei invece è guerra. In una casa con dieci persone, vince sempre il più forte. Mangi più pasta al sugo e più patatine e più cotoletta se arrivi per primo al carrello dove mio padre sforna porzioni per camionisti. A casa dei miei se arrivi tardi davanti alla tv, perdi il turno e sei costretto a sorbirti l’ennesima partita di serie C2 di calcio, o al massimo tutte “quelle cose di vampiri che si baciano ma non si mordono e io non capisco”. A casa dei miei però Margherita smette di essere la solita figlia unica, collabora per quel che può e diventa indipendente. Parla di Gesù e impara il segno della croce; litiga con mia sorella e si coccola l’altra. Se oggi mi prepara la colazione e me la porta a letto, lo devo solo a quelle scimmie dei miei fratelli e al loro avermela trasformata in una bimba buona e non solo lagnosa.

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Le sei case di mia figlia

 

#5: CASA DI CAMPAGNA_QUELLA DEL NONNO (PATERNO)

Quasi sempre, quando deve disegnare la propria casa, Margherita disegna questa. Prato infinito, altalene, camino, grilli. Qui mia figlia si rigenera, gioca, si dimentica la televisione, diventa una selvaggia. A pochi chilometri da Roma, due volte al mese Mina passa le giornate qui. Vive pranzi infiniti e amici di amici, è felice perché nessuno le dice cosa deve o non deve fare, dorme la notte in giardino dentro la tenda e quando torna nella frenesia della metropoli, a volte ci prova e mi chiede “certo sarebbe bello abitare sempre in campagna”, poi io le faccio vedere tacchi e smalto e la questione termina lì.

#6: CASA DEL NIRVANA_QUELLA DELLA MADRINA.

Vi è mai capitato che vostro figlio vi chieda di andare alle giostre con quella lagna che tu alla fine per disperazione gliele costruiresti ste cacchio di macchine a scontro?! Ecco Margherita fa la stessa lagna per andare almeno una volta al mese (e ora anche per dormirci) dalla sua madrina, ovvero la mia migliore amica, sorella acquisita. Qui la totalità di tutte le regole basilari spariscono. Esistono solo i peluche di Paperina (collezione della sopra citata amica e manco vi dico quanti anni ha), i cartoni delle principesse e la pizza. Qui tutto è un complimento alla sua figura, tutto è un urlare “vuoi qualcos’altro?”, tutto è amore. Tutto è per lei. Perché prima di tutto, qui tutto è sempre stato anche per me, e questa cosa che va oltre i vincoli di sangue, Margherita la sente, la fa sua e la trasforma in semplicità quotidiana che mi vengono le lacrime solo a descriverla con quattro parole in croce.

Non credo sia male una vita del genere.
Almeno quando poi dovrà andare in Erasmus e rimorchiarsi il suo primo spagnolo fricchettone, non mi farà la schizzinosa.
A meno che non mi si ritorca contro la legge del contrappasso.
Per questo incrocio le dita fin da ora.
Tutto il resto è e sarà per sempre elasticità.

di Elisa Giani