Perchè non ho spiegato la guerra a mia figlia

 

Di solito cosa succede durante la settimana di un genitore?
Credo un po’ per tutti la stessa cosa. Si corre, si corre tanto, si incastrano gli appuntamenti, il lavoro, la famiglia. I giorni dispari per alcuni sono più leggeri rispetto a quelli pari, perché nei pari, che palle, c’è il nuoto dei marmocchi. Martedì e giovedì. E mori di caldo dentro quegli spogliatoi, grondi mentre tuo figlio leeeeento si lava minuziosamente tra le dita dei piedi. Poi c’è il giorno della spesa, quello della nonna e ancora il pomeriggio con l’amichetta.
Di solito si arriva a venerdì sfranti, neanche te la sei goduta quella settimana. Hai cucinato e litigato e riso a crepapelle, hai mandato a quel paese la vecchia rincojonita lenta dentro la Micra nera e hai, forse, fatto l’amore.

Bene o male il venerdì sera di solito ti bevi una birra e cominci a goderti il fine settimana.
Peccato che esattamente due venerdì fa, credo che la birra ci sia andata di traverso a tutti.

Ok, vorrei arrivare subito al sodo oggi, quello che è successo a Parigi è stato devastante, ma non sarò qui a scrivere il perché, il perché lo sappiamo tutti; credo, anzi voglio solo oggi prendere tutte le informazioni che ci arrivano da quindici giorni e buttarle un attimo nello scantinato.
Semplicemente perché mai e poi mai a noi arriveranno le nozioni giuste per poter dire anche solo mezza parola. E di parole ce ne sono state a frotte e purtroppo anche speculando sulla tragedia.
Non parlo di politici, non parlo dei giornalisti.
Parlo, visto che un pochino ormai è il mio ambito, di post intitolati “come raccontare la guerra ai bambini”.

Dio. Orrore.

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Henrietta Harris

Ai bambini non si racconta la guerra.
E per bambini intendo giovani futuri uomini che ora hanno massimo dieci anni.

Semplicemente perché la “guerra” non è iniziata il 13 novembre di questo mese.
Cosa crea secondo voi a un bimbo di otto anni la visione di ragazzi che scappano per le strade di Parigi? Terrore? Non solo questo. Crea confusione.
A questa età non hanno il minimo strumento per poter calibrare un accadimento del genere. I bambini vivono in un magico mondo ed è giusto che per un po’ resti tale. Perché in quel magico mondo fatto di amici, al di là del colore della pelle e della religione, risiede un qualcosa di fondamentale per il loro futuro.
Risiede la tolleranza. E senza lo studio più o meno approfondito, senza la lettura di saggi di editoriali, senza una coscienza adulta, questi bimbi non sono in grado di supportare il fatto che un uomo possa odiare un altro uomo.

Tutto questo è creato dai grandi, sono cazzi dei grandi.

Cosa significa aver fatto un minuto di silenzio nelle classi? E non mi metto a menzionare la teoria approssimativa dove si sottolinea unicamente la vicinanza geografica della tragedia, quindi più emotivamente vicina a noi. Se così fosse dovremmo far fare ai nostri figli un minuto di silenzio ogni giorno.

E con quale grandezza noi, ignoranti pseudo storici improvvisati, “regaliamo” ai nostri figli la responsabilità di pensare che un intero popolo sia cattivo. Perché, ve lo ricordate no? Per i bimbi esiste il buono e il cattivo e il lieto fine, non le motivazioni politiche, non che l’America però finanzia gli stessi che poi combatte.

Come possiamo sperare che i nostri figli possano crescere nel bene, se proprio quel bene intriso nel loro giovane DNA lo andiamo a tranciare di netto.  Come possiamo renderli persone forti se li massacriamo con la paura, con il terrore che qualcuno possa farsi esplodere. Cosa risolviamo?

Ripeto. Parlo di bambini, non di ragazzi intellettualmente pronti di più.

Non regaliamo ai nostri figli la gioia di Babbo Natale? La fatina dei denti? Le fate? Lo sapete perché lo facciamo? Perché sappiamo che un pizzico di irrealtà garantirà una buona riuscita nel loro futuro. Cosa sarebbero i nostri bambini senza la gioia del Natale, delle orme fatte con la farina, cosa sarebbero senza le loro maschere, grazie alle quali immediatamente diventano principi e principesse? Ve lo dico io. Purtroppo sarebbe semplicemente degli ADULTI.

La guerra c’è e ci sarà sempre. Questa forse è la frase più brutta che la mia mente abbia formulato in tutta la mia vita, ma la mente è la mia. Spero tanto che quella di Margherita potrà ragionare in maniera differente.

E allora che ci siano ancora, per poco, ma ANCORA e SOLAMENTE pensieri felici e polvere di fate. L’isola che non c’è per noi è svanita da un pezzo magari, tra una guerra civile e un massacro; facciamo in modo che per i nostri figli duri più a lungo possibile, perché, ripeto, solo con l’infanzia di un bambino, un uomo diventerà libero persino di amare.

 

 

di Elisa Giani