Quando tuo figlio è un teppista

 

(sottofondo musicale: “Noi Fuori”_Ministri)
Quando rimani incinta pensi sempre che il tuo erede diventerà il prossimo Presidente della Repubblica, anche del Congo magari, ma presidente dovrà esserlo per forza. Ha aspettative illimitate tutte positive e grandiose. Non ha paura, non ha timore, ha solo certezze. Te lo immagini bello, alto, biondo, che ti abbraccia da dietro e ti dà un bacio sulla guancia prima di uscire cor “murena”, altro ragazzetto svitato, ma buono.

Pensi che la sua adolescenza sarà dura, che non beccherà mai il coprifuoco che ha richiesto tassativamente, che al culmine della peggiore vostra litigata spaccherà anche la porta, ma perché forse sei pure un po’ tu che lo hai ammazzato di troppe parole.
Pensi però che arrivano i venti anni e ha preso la Maturità, che si è impegnato e questo ti basterà per fregartene del voto accademico, che sceglierà una facoltà il cui nome non ti dirà nulla, perché tutta in inglese, per un lavoro inglese e un futuro inglese.

Partirà. Ok. E avrà una bella ragazza finlandese che parla una lingua con più consonanti che vocali, ma chissenefrega. Si guardano e si amano e per te basta questo.

E poi troverà un lavoro bello, poco pagato, ma “almeno qui posso fare quello che voglio mamà”.
E poi tornerà a Natale e dirà che fra poco anche lui sarà genitore e che non si sposerà mai.
Quando rimani incinta si viaggia sempre con la fantasia (in realtà io viaggio anche senza alcuna gravidanza); si costruiscono castelli meravigliosi e si vola per futuri quotidianamente perfetti.
Quando una donna rimane incinta vuol dire che passerà il resto della sua vita a credere in un’altra vita, la vita di qualcun altro.

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Quando tuo figlio è un teppista

Almeno io questo penso, almeno io questo ho fatto dal primo momento in cui ho capito che Margherita era nella mia pancia.
Purtroppo poi non sempre le nostre fantasie coincidono con la realtà. Ci può essere sempre qualcosa che sfugge al nostro effimero controllo. Perché loro in fin dei conti sono un’altra vita e si staccano da noi, proprio come noi ci siamo staccati dai nostri genitori. Credo sia naturale, biologico.
Ma cosa succede se questa volontà al contrario oltrepassa i limiti?

In questi giorni passo molto spesso il mio tempo a guardare e riguardare il video del ragazzo milanese intervistato dopo il casino dei NoExpo.

Ho pensato fosse un attore.
Ho pensato fosse un drogato.
Ho pensato fosse stato pagato.

Solo dopo svariato tempo ho visto e pensato fosse “solo” un ragazzo.
Si perché fondamentalmente quel ragazzo è solo un ragazzo con delle convinzioni distorte della vita, della lotta per i propri diritti, dove tali diritti se magnano a colazione tutti i doveri con cui ognuno di noi (e ognuno di loro) dovrebbe convivere sempre.

Quanti di noi hanno occupato le proprie scuole citando alla lettera le stesse-o quasi- identiche parole del sopracitato ventenne. Scommetto un bel po’. Tutto credo nella normalità; ai tempi era quello il nostro micro mondo e ce lo volevamo prendere e farlo diventare più nostro, e ci volevamo anche dormire, e farci l’amore e usare lucchetti con i quali nessun adulto potesse oltrepassare quelle mura che per una settimana l’anno volevamo solo nostre.
Ma in sostanza non facevamo nulla se non far impazzire i professori.

Qui invece si assapora il vanto per la distruzione. E si mette in piazza l’ignoranza di una non comunicazione che questi ragazzi hanno con il resto del mondo.
E io non capisco questo quando succede. Quando scatta questo in loro? Per delle conoscenze sbagliate?
Quand’è che si scavalla e da un semplice “scendi giù-scendi giù-manifesta pure tu”, si passa alla totale distruzione di auto, di strade di negozi, di tutto ciò per i quali proprio per questo loro stessi “scendono in piazza”?!

E poi penso ai genitori. A quelle mamme e quei papà ai quali qualcosa è scivolato via. Perché ogni giorno succede che agiscono nella stessa misura e con lo stesso amore per quei figli, gli stessi figli che poi andranno a spaccare le vite di altri genitori che amorevolmente si alzano per andare a lavoro e pagare la scuola ad altri ragazzi che appartengono allo stesso futuro dei black block.

E poi succede che qualcuno di questi va a finire sul telegiornale e viene ucciso due volte, una dalla sua incoerenza e un’altra dalle parole di sconosciuti che buttano merda e creano altra violenza non uguale, ma della stessa matrice, fatta di poca conoscenza e molta arroganza. Poi vedo sui social che arriva l’attoruccio di turno e per far le visualizzazioni della settimana inventa parodie ad hoc.
Ci farà ridere? Certamente sì. Ma le conseguenze non sono uguali? Poi arrivano i nomi più noti, i cantanti che non se spiegano e tutti a vomitargli addosso nuovi insulti e poi loro rispondono e tutta l’Italia litiga e si indigna e comincia a dire la sua OVUNQUE senza aver magari letto uno straccio di notizia.

Io sti ragazzi li metterei tutti in riformatorio e butterei la chiave; suggerirei lavori socialmente utili per riprenderli dai capelli e cercare di incanalare tutta la loro energetica rabbia in altro. Perché sotto sotto e ancora più sotto c’è da qualche parte un tappeto impolverato nel loro cervello che se alzi, ecco forse lì un barlume di intelligenza è rimasta e invece di fare battute, invece di lucrare sulla loro idiozia dovremmo aiutare senza alimentare altro odio. Noi che pensiamo di essere migliori di loro solo perché abbiamo avuto il culo di saperci fermare in tempo e non svalvolare, proprio noi dall’alto del nostro mutuo a tasso zero, della nostra macchina e delle nostre ferie pagate dovremmo fare qualcosa.

Dovremmo realizzare il sogno di quella madre che tanti anni fa sognava e che ora non sogna più.

di Elisa Giani