Il design ai tempi della crisi: intervista ad Anna Gili

Da oltre vent’anni a Milano, Anna Gili porta forti nel cuore le sue origini umbre. Al suo attivo ha mostre di design in Italia e all’estero (all’Expo di Taejon in Corea, al Centre Pompidou a Parigi, al Louisiana Revy Museum in Danimarca, all’Ubersee-Museum a Brema; al PAC, Padiglione d’Arte Contemporanea e alla Triennale di Milano, al Denver Art Museum per citarne solo alcuni) e collaborazioni con aziende leader nel settore del mobile e dell’arredo domestico, con clienti come Alessi, Byblos, Bisazza Mosaici, Swarovski, Swatch, TDK Europe, Valcucine, ecc. Ma al di là di questo, ha catturato la nostra attenzione con la sua collezione A.B.C., il cui significato… lo abbiamo chiesto a lei.

Anna Gili, designer
Anna Gili, designer

Feticcio, gadget, mostrino o soprammobile: quale definizione si avvicina di più al tuo concetto per gli animali della A.B.C. Collection per ArtBeat?

Gli animali della collezione A.B.C. nascono da un lavoro sul segno legato alla zoosemiotica che conduco da molti anni. Questo lavoro è parte di una delle ricerche principali del mio lavoro di artista designer. Gli oggetti della collezione A.B.C. non sono feticci, ma oggetti che hanno una forte valenza simbolica la cui funzione è quella di collegarci alla Grande Anima del Regno Animale.

Design Anna Gili
Design Anna Gili

Qual è stato il percorso che ti ha portato a diventare designer?

I miei genitori avevano un maglificio, nel paese in Umbria dove sono nata. Da bambina la mia curiosità alternava le passeggiate nella verde campagna circostante con le visite frequenti nel laboratorio dei miei genitori.

Nel maglificio assistevo alla creazione di un intero ciclo produttivo. Il filato in matasse veniva riavvolto nei fusi a forma di cono per poter essere utilizzato. Alcuni macchinari di tipo “futurista” intrecciavano e tessevano i fili trasformandoli in parti di maglia, infine le parti separate venivano unite insieme dalle donne che vi lavoravano. L’oggetto era terminato e pronto all’uso. I maglioni realizzati venivano consegnati ai negozi che si occupavano della vendita.

Per me tutto il processo era qualcosa di magico e forse è stato questo imprinting che mi ha portato al mio lavoro di designer.

Design Anna Gili
Design Anna Gili

Consigli per chi vuole intraprendere questa carriera?

Credo che occuparsi di design sia un lavoro in cui la componente artistica è fondamentale: è necessaria una forte motivazione, ma soprattutto una grande passione.

Design Anna Gili
Design Anna Gili

Com’è fare la designer ai tempi della crisi?

Milano rimane sempre una città piena di iniziative anche in tempi di crisi. C’è meno denaro, ma questo non vuole dire che c’è meno lavoro. È il lavoro che è cambiato. C’è più relazione tra i vari gruppi di designers e creativi: artisti, fotografi, videomaker, stilisti, pubblicitari ecc. Nei momenti di crisi si riaccende la possibilità di un dialogo e di una relazione tra le persone. Lavorare singolarmente chiusi nel proprio studio non è più sufficiente a dare una risposta efficace e propositiva nel momento attuale. Superare la crisi vuole anche dire abbandonare le abitudini consolidate, divenute stagnanti e improduttive.

Design Anna Gili
Design Anna Gili

A Milano si concentra gran parte delle menti creative italiane, impegnate nei settori del design, della pubblicità, ecc. Vivere in questa città è di stimolo alla tua creatività?

Sì. Anche se la mia attitudine è di natura contemplativa, Milano è un luogo di grande stimolo e di produzione creativa, che obbliga ad un aggiornamento e una messa in discussione costante del proprio operare in relazione ad altri linguaggi.

Design Anna Gili
Design Anna Gili

Ti piacerebbe vivere altrove? Quali sono attualmente le città che ti sembrano più artist- (o designer-) friendly?

Qualche volta vado altrove. Per brevi periodi vivo in Umbria, in mezzo ad un bosco dove non ci sono né Internet né telefono. È una sorta di ritiro saltuario che serve alla mia anima. Non mi interessano i luoghi trendy perché non amo aderire alle mode del momento, credo che ognuno di noi abbia un luogo nel cuore e una città dove desidera andare: non ci sono differenze pertanto tra dire Beirut o Rotterdam o Manaus.

La tua più grande soddisfazione professionale?

Nessuna, perché appena l’hai raggiunta è destinata a svanire.

Il tuo sogno irrealizzabile (o forse non così impossibile)?

Diventare vegetariana integralista.

di Alessia Fabbri