Twitter e la rivoluzione

Ebbene sì sono appena tornata dalle ferie, la classica settimana a Sharm el Sheikh da brava turista commerciale che vuole godersi mare e sole.
O meglio, queste erano le premesse.

Social network e rivoluzione
Social network e rivoluzione

Quello che invece voglio raccontarti è qualcosa di diverso. A Sharm abbiamo conosciuto un ragazzo egiziano che ci faceva da guida e che ci ha raccontato per filo e per segno cosa sta succedendo in Egitto e come la rivoluzione che c’è stata lo scorso anno il 25 gennaio per far cadere il governo/dittatura di Mubarak sia stata resa possibile soltanto tramite i social network: Facebook e Twitter.

La cosa mi ha lasciata un pò sconvolta e ho pensato tra me e me… siamo in un paese africano, non all’avanguardia, in crisi economica e con un livello medio di cultura inferiore a quello occidentale e usano i social per fare la rivoluzione? Pensate solo che in Italia tanta gente che lavora come me nel web ancora non sa utilizzare Twitter o sa a malapena cosa è e oltretutto non ne capisce il funzionamento.

Pensate che in Italia molte aziende, anche operanti in internet, chiudono l’accesso ai social network ai propri dipendenti. È vero che sono strumenti che possono distrarre dal lavoro, ma oggettivamente possono anche ampliare le vedute di un lavoratore, trovare nuove idee e avere un approccio diverso per quanto riguarda l’informazione.

Proprio per questo motivo gli italiani sono poco avvezzi a Twitter, troppo differente da Facebook. Infatti i pochi che lo utilizzano, lo usano sostanzialmente per sapere cosa succede nel mondo e per non subire passivamente la censura che viene operata da tg e quotidiani troppo mass target.

Tornando all’Egitto, parlare con questo ragazzo mi ha fatto capire quanto la comunicazione sia modificabile dai governi. Difatti la primavera araba e i moti di rivolta dei giovani sono sostanzialmente promossi e portati avanti soltanto dalle persone più acculturare, mentre la maggior parte degli egiziani viene manovrata da tv e radio, che coprono o addirittura omettono atti di mal governo.

Facciamo un passo indietro

Lo scorso anno da Tunisi la rivoluzione si espanse in Egitto, il paese più popoloso e importante della regione araba.

Twitter
Twitter

Il 25 gennaio (#Jan25) dalla pagina Facebook di Khaled Said, un giovane assassinato dalla polizia nel giugno 2010, partì la prima convocazione di massa e la Piazza Tahrir (#Tahrir) si convertì in un movimento che rovesciò il dittatore Mubarak ma non è ancora riuscito a portare una reale democratizzazione in Egitto, a tutt’oggi il più forte alleato di Israele e Stati Uniti. Il 2 febbraio, quando le persone in piazza furono duramente represse da un esercito che montava cavalli e cammelli l’utente @beleidy scrisse: “sta diventando una guerra preistorica”.

Sicuramente lo strumento che sta ottenendo maggior successo è Twitter, la piattaforma di microblogging che in questi mesi, insieme a Facebook e Skype, ha rappresentato l’unica ancora di salvezza per gli attivisti contro la pesante scure della censura, ad opera sia di Mubarak che della giunta militare che lo ha seguito. Ed è per questo che il 25 gennaio, ad un anno preciso dalla prima rivoluzione, i giovani egiziani scenderanno nuovamente in piazza.

Abbiamo molto da imparare da questi ragazzi, pronti a perdere la propria vita in nome di un ideale, il quale badate bene, non è l’Islam, ma la propria libertà.

Le donne di Tarhir

A novembre la giornalista Mona Eltahawy (@monaeltahawy), racconta via Twitter: “mi hanno sequestrato all’interno del Ministero dell’Interno.
Hanno abusato di me sessualmente, ho perso il conto delle mani che mi hanno toccata e alla fine mi hanno spezzato le braccia”.
Il sequestro di Mona chiarisce che il punto d’inflessione di tutti i processi mediorientali sia la questione femminile. Senza uguaglianza di genere non c’è democrazia neanche formale. E così si spiega perché proprio le donne siano il principale bersaglio dei militari.
Il 18 dicembre la foto di una ragazza egiziana picchiata e quasi denudata dai soldati in piazza Tahrir fa il giro del mondo ma fa scoppiare una polemica interna a Twitter.

Ragazza torturara in piazza Tarhir
Ragazza torturara in piazza Tarhir

Alcuni utenti usano l’ammiccante hashtag #bluebragirl (la ragazza col reggiseno blu) che causa l’indignazione dei movimenti di donne egiziane che preferiscono #tahrirwoman (la donna di Tahrir).
 Mentre Piazza Tahrir otteneva le dimissioni del dittatore, tutto il nord Africa e il Medio Oriente esplodevano. Nel Bahrein si autoconvocavano a Piazza delle Perle con la chiave #lulu. Mazen Mahdi (@MazenMahdi) diffuse via Twitter le foto della caccia all’uomo nell’ospedale contro i manifestanti che ben poco interessavano i grandi media internazionali.
L’esercito saudita impose il proprio ordine petrolifero col sangue in maniera non dissimile dai sovietici a Praga ma ben pochi nei grandi giornali trovarono conveniente rilevare la similitudine. La protesta arrivò in Libia dove invece il mainstream era schieratissimo. #Feb17 era la chiave del movimento ben presto superata dalla logica della guerra civile, alla quale contribuì in maniera rilevante la NATO e che terminò solo con l’assassinio di Muammar Gheddafi. In altri casi, Yemen e Siria, le crisi seguono senza soluzione.

Mi auguro che anche tu, come me, riesca ad aprire le tue vedute a cercare notizie ed informazioni da fonti alternative oltre a quelle che ci vengono propinate ogni giorno, anche qui in Italia, da tg, radio e giornali, fortemente contaminati dalle forze politiche.

di Silvia Viali

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