Meriam ha partorito in carcere, scatta il conto alla rovescia per l'impiccagione

Daniel Wani e Meriam il giorno delle nozze
Daniel Wani e Meriam il giorno delle nozze

Meriam, la donna sudanese di 27 anni incarcerata il 17 febbraio scorso, incinta, e condannata a morte per apostasia ha partorito in carcere il suo secondo figlio, una bambina, Maya. Entrambe stanno bene ma sono ancora in cella, a Meriam non è stato permesso di tornare a casa. Meriem Yahia Ibrahim Ishag è condannata a morte per aver rinunciato alla religione musulmana e abbracciato la fede cristiana ed alla fustigazione per adulterio: secondo la legge della Shari’a, così come applicata in Sudan, a una donna musulmana non è permesso sposare un uomo non musulmano e questo matrimonio è considerato adulterio. Il tribunale che condannò Meriam rinviò l’impiccagione di due anni dalla nascita della bambina, per consentire a Meriem di prendersi cura della figlia. Sono tante le petizioni online di semplici utenti su Change.org o promosse da siti pro-life e sull’adozione come Life News ma per non disperdere la voce il mio consiglio è firmare gli appelli di ong che stanno lavorando massivamente al caso, come Italians for Darfur con l’appello pubblico di liberazione di Meriam ed Amnesty Italia con la petizione Save Meriam. La storia di Meriam è solo una delle tante battaglie delle ong in paesi dove anche i più elementari vengono ogni giorno ignorati e calpestati. Così come il raccapricciante epilogo di Farzana Parveen, 25 anni e incinta di tre mesi, colpevole di aver scelto il proprio marito contro il volere dei famigliari, gli stessi assassini che l’hanno lapidata, a Lahore in Pakistan.
Non è un racconto dei secoli passati ma la cronaca di ieri, anno 2014, non si sa di quale Dio.

di Ilaria Danesi