Paul Watzlawick: che scriveva costui?

Con quella mia psicotica fissazione di scrivere il giorno ed il luogo in cui inizio a leggere un libro, nella seconda di copertina di Istruzioni per rendersi infelici di Paul Watzlawick, Saggi Universale Economica Feltrinelli, 6,50€, c’è scritto con una delle appuntatissime matite di Big@Zia: July 15, 2012 Capalbio…che poi se andiamo a geo-localizzare l’avvenimento, sarebbe esattamente “Marina di Capalbio”, una delle spiagge predilette da quelle anzianotte, come me, ed il libro, poi, proprio, ancora meglio per essere scrupolosi e metodici nel quadro generale, è un acquisto indirizzato da un amico pseudo-filosofo “a portar via“, che mi consigliò la lettura sulla base di una considerazione molto terrena: “Da un essere umano cosa ci si può attendere? La sua banale stupidità“…

“Nulla è più difficile da sopportare di una serie di giorni felici…cosa e dove saremmo senza la nostra infelicità?”…intelligente, pragmatico, spietato, in una parola geniale Paul Watzlawick ci pone davanti a noi stessi con una ironia cinica e una semplicità asettica, quasi da ameba sardonica, tanto – quasi – da permetterci di accettare i nostri difetti più “noiosi” con umorismo e con la certezza di poterli forse smussare.
Il suo sense of humour non risparmia nessuno: non risparmia Yourself Miserable e non risparmia neanche psicologi e guru e genitori e tutti i fedelissimi ai propri principi, “breve il gesto, lungo il rimorso!“.

Siamo tutti un po’ intossicati dalle mille e una ricette per la felicità, quindi:

– Ci si può rendere infelici rimanendo attaccati al passato in quanto “un ulteriore vantaggio della fedeltà al passato consiste nel fatto che in questo modo non rimane il tempo di dedicarsi al presente.
Rivolgendosi al presente, potrebbe a ogni istante succedere che la visuale si sposti accidentalmente di 90 o di 180 gradi, giungendo in tal modo alla constatazione che il presente ha da offrire non solo ulteriore infelicità, bensì anche occasionale non-infelicità; per non parlare poi delle molte specie di novità che potrebbero scuotere quel pessimismo a cui ci siamo votati.”

– Ci si può rendere infelici rifiutando la felicità quando la si ottiene, dal momento che “adesso è troppo tardi e non la voglio più.”

– Ci si può rendere infelici considerando un problema da un solo punto di vista.

– Ci si può rendere infelici attribuendo agli altri sentimenti negativi nei nostri confronti, secondo la pratica tipica della paranoia.

– Ci si può rendere infelici continuando a scansare i problemi e rendendoli così ancora più enormi nella nostra immaginazione.

– Ci si può rendere infelici scegliendo per la nostra vita degli obiettivi irraggiungibili. Scegliendo infatti degli obiettivi che possiamo raggiungere, correremmo il rischio di raggiungerli davvero, e questa sarebbe la rovina di ogni infelice per vocazione. Vale lo stesso discorso per ogni rapporto amoroso, in cui più miri in alto o più lontano e più infelice sei.

– Ci si può rendere infelici analizzando metodicamente e con spirito critico ogni propria relazione interpersonale, solo per concludere che siamo creature non degne dell’amore dell’altro e che quindi ogni persona che ci ami sia eventualmente disprezzabile. “È necessario che ci si ritenga immeritevoli di amore. In questo modo, colui che ama una tale persona viene subito discreditato, perché chi ama qualcuno che non merita amore ha qualcosa che non funziona nella sua vita interiore.” “Essere amati è sempre qualcosa di misterioso. Non è consigliabile voler sapere troppo. Nel migliore dei casi l’altro non sa dirvi nulla; nel peggiore dei casi presenta come motivo ciò che non avete mai considerato come la vostra più affascinante qualità; per esempio la voglia che avete sulla spalla sinistra.

– Ci si può rendere infelici pensando a cose molto infelici proprio quando siamo sul punto di essere felici.

– Ci si può rendere infelici conformandoci al principio comune secondo cui non essere felici è un delitto e che quindi noi siamo creature deviate e demoniache, solo perché non sappiamo comportarci spontaneamente e raggiungere una parvenza di felicità.

– Ci si può rendere infelici pensando di aiutare gli altri non per un impeto di generosità, bensì per raggiungere un secondo fine. “Per il puro, tutto è puro; invece il pessimista scopre dappertutto lo zampino del diavolo, il tallone d’Achille e tutto ciò che è descritto con metafore podologiche.

cit. unbuonlibrounottimoamico

E siccome, poi, Zietta vostra, curiosona, cicciottona, rotondona, morbidona, dubbiosona adora andare alla ricerca della radice di questo filosofo fondatore della Scuola Costruttivista (filosofica) di Palo Alto, allora, senza doversi sobbarcare il mare magnum dei testi della Pragmatica della Comunicazione Umana, che, del Paul, ne fanno un vero maestro illuminato, si è pure comprata, sempre nella collana Economica Feltrinelli: “Di bene in peggio“.
Perchè? Perchè sono curiosa e gossippara. Perchè c’ho un latente morbo da tuttologa da ombrellone senza burraco. Perchè la ricerca di soluzioni radicali e definitive, seppure nata con le migliori intenzioni nel primo libro, è alla fine un modo di affrontare i problemi che ha inevitabilmente effetti controproducenti, proprio sulla mente di ciascuno!

Di bene in peggio“, infatti, mette in guardia gli adolescenti come gli anziani, i sadici come i masochisti, i blogger come i geek, le fashion-victims come i nerds da questa estrema ed erronea ricerca di totalità, e dall’intransigenza dell’alternativa radicale, del tertium non datur.
Suggerisce la saggezza dell’adesione alla concretezza del presente e dei piccoli passi, e tuttavia, con il suo gusto ironico e paradossale, non manca di ricordare che anche tale condizione di saggezza può celare in sé il virus di un nuovo fanatismo: può trattarsi di un’altra ipersoluzione, quella del “giusto mezzo”…

di Simona Angeletti