Burnout: l’ultimo stadio dello stress

Quello che sappiamo dello stress è il suo essere una risposta psicofisica a compiti di natura diversa, emotiva, cognitiva e sociale. Quello che non sappiamo è che da recenti statistiche un lavoratore su 4, in Europa, soffre di stress legato all’attività lavorativa.

Eppure, proprio in campo professionale, negli ultimi decenni lo stress ha assunto un’accezione positiva, considerato uno stimolo, un input al miglioramento e all’adattamento, che induce a sperimentare il meglio di sé. Uno stress prolungato nel tempo, non legato ad un evento sporadico ed imprevisto ma alla quotidianità rischia invece di trasformarsi in stress cronico.

Quest’ultimo si articola in tre fasi:

Uno stress prolungato può trasformarsi in stress cronico

Allarme

L’organismo si attiva in una risposta psicofisica, i cui segni, nonché campanelli d’allarme. potrebbero essere tachicardia, affanno, ansia, etc…

Resistenza

L’ organismo tenta una reazione di adattamento e prova a normalizzare i sintomi fisiologici.

Esaurimento

La capacità di adattamento viene a mancare nel momento in cui lo stress viene avvertito come pressante e persistente e si genera uno squilibrio psicofisico.

La sindrome del Burnout si colloca esattamente in questo frangente e segna un vero e proprio esaurimento dovuto al logorio del contesto lavorativo.

La traduzione letterale del termine è ”bruciato”, in gergo meglio detto “scoppiato”, “andato in corto circuito”, una definizione che spiega le sensazioni provate da chi vive questa sindrome, pari a quelle di sentirsi in tilt.

burnout letteralmente vuol dire bruciare
Burnout letteralmente vuol dire bruciare

Lo stesso termine viene utilizzato per designare chi fa uso di sostanze stupefacenti, un prestito linguistico che da solo serve a descrivere lo stato di vuoto emotivo che prova chi è affetto da questa sindrome, lo stesso denunciato dai tossicodipendenti.

Pare che esistano delle categorie particolarmente esposte al rischio sindrome del burnout e l’incidenza maggiore del fenomeno si ha tra le cosiddette professioni d’aiuto o “Helping professions”, quei professionisti che ogni giorno entrano in contatto con stati di disagio o sofferenza.

In prima linea per aiutare il prossimo dunque categorie come medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, counselors, fisioterapisti, o più genericamente tutte quelle professioni animate dal comune obiettivo di aiutare persone in difficoltà, anche se attualmente il fenomeno sembra coinvolgere sempre più fasce sociali. La fascia più esposta al rischio di andare in tilt quella più giovane dai 25 ai 35 anni.

Probabilmente se non sapete ancora cosa sia il burnout ne siete fuori, ma starci dentro non è poi così difficile e spesso scaturisce da:

Eccessivo carico di lavoro

Se da un periodo a questa parte non avete neanche il tempo di fare la pausa pranzo cominciate ad allarmarvi.
Spesso ci si abitua a ritmi di lavoro sempre più pressanti e un maggiore carico di compiti da portare a termine in un solo giorno a tutti i costi.

Responsabilità

Un carico oberante di mansioni, unito alla necessità di una intensa partecipazione con ruolo di leadership, rischia a lungo andare di generare un annullamento della propria vita privata con conseguente frustrazione.

Mancanza di gratificazioni

Se a un carico eccessivo di lavoro si uniscono mansioni di responsabilità e un clima generale di pressione, tutto questo viene trasformato dall’individuo in un grande calderone privo di stimoli. La mancanza di gratificazioni, come l’opportunità di aumenti e promozioni, getta in maniera significativa nello sconforto e a un atteggiamento negativo, cinico, distaccato e depersonalizzato.

E’ proprio la depersonalizzazione, questo atteggiamento freddo e cinico nei confronti dei destinatari del proprio lavoro e gli stessi colleghi, che nel tempo induce coloro che ne soffrono a fare sempre meno e farlo senza stimolo alcuno, in modo assolutamente poco coinvolto.

Troppe ore di lavoro

Ad essere particolarmente esposte sono inoltre le persone che lavorano più di 11 ore al giorno, se rientrate in questa categoria attenzione!

Precarietà

La precarietà rientra tra i preoccupanti parametri che vedono più spesso sfociare casi di burnout.
I contratti a progetto crescono, mentre quelli a tempo indeterminato sono sempre più un miraggio, così l’insicurezza professionale, la consapevolezza che ogni giorno di lavoro possa essere vissuto come l’ultimo, causa gravi attacchi di panico e ansia, soprattutto tra le donne.

Salario basso

Un salario basso potrebbe essere un ulteriore indice di malessere, capace di trasformarsi in stress e depressione.
I sintomi più frequenti per capire che ci si trova di fronte ad un fenomeno di burnout, a rischio esplosione sono:

Poche ore di sonno

La difficoltà a prendere sonno e i disturbi sonno-veglia sono tra i sintomi più comuni che qualcosa sta cominciando a cambiare dentro di voi, generando insofferenza, e il disturbo non va sottovalutato.

Cambiamenti repentini

Cambiamenti repentini di atteggiamento sono tra i primi campanelli d’allarme d’insofferenza verso il proprio lavoro e ad accorgersene spesso sono proprio le persone più vicine e gli amici.

Come proteggerti

Per schermarti dal burnout il rimedio giusto è cogliere in tempo tutti i segnali che il lavoro si sta trasformando in malessere, stress e depressione e decidere tempestivamente d’interrompere questo circolo vizioso.
La paura del licenziamento sarà sicuramente predominante ma ad una rinuncia potrà corrispondere una rinascita ed un nuovo incarico o lavoro, fonte di soddisfazione e gioia.

Prendetevi inoltre ogni giorno momenti per voi, senza trascurare importanti pause fisiologiche (come la pausa pranzo) ma soprattutto senza lasciare che l’apatia trascini con sè le vostre giornate.

di marilu.briguglio