Il MoMa e la sua settimana di protesta

La prima e unica volta che sono stata a New York ero una cozza. Decisamente. Ero una ventenne scialba e dal cappottino bianco panna come capo di punta nell’armadio. I capelli lunghi e perfettamente omologati a tutto ciò che fosse confortevole per l’estetica italiana e romana. Tutto ciò, una volta messo il mio piedino sul suolo americano per eccellenza, divenne lampante proprio grazie a Lei, alla grande mela che non dorme mai (beata lei, aggiungo io).

Come una zia di secondo grado che hai visto solo in foto, New York mi insegnò cosa fosse essere unici per appartenere così al tutto in maniera limpida, semplice e intelligente; mi ha insegnato ad andare oltre i clichè, a capire dove e cosa fossi e come avrei potuto tirarlo fuori da un punto di vista professionale, umano e sociale. Ogni volta che giravo per le sue così nette vie avvertivo sempre quella strizza al cuore mista ad ansia causa paura continua di aver toppato fermata della metro, ma contemporaneamente gioia, nitida e fresca, per essere uscita da casa e aver capito come avrei gestito quella giornata grazie solo alla mia volontà di essere una persona curiosa. Sì, perchè credo ci siano pochissime parole per descrivere New York e personalmente fra queste spicca proprio questa: curiosità.

E ti capita di fermarti sotto la metro, non perchè lo hai visto fare nei film al cinema, ma semplicemente perchè tu a quella musica non puoi dire di no; e non puoi non andare a sentire l’Opera in metro tutta vestita perchè hai paura di andare in giro di notte su un tacco 12, semplicemente perchè sai che accanto a te si siederà una ragazza con lo stesso ardito compito di rimanere disinvolta sulla questione trampolo, ma solo dopo aver visto la Tosca morire per amore. 

E i palazzi. I palazzi sussurrano quanto di diverso ci sia nel mondo, come loro. Alti, altissimi, con le scale, stretti, con le finestre specchiate, con i muri specchiati, neri, rossi grigi, storici, kitsch e ultramoderni. Palazzi così diversi, ma così ben fatti nelle loro deputate caratteristiche per sentirli e ammirarli unicamente per ciò che sono: palazzi.

Forse anche il MoMA e la Trump Tower, osservandoli in un orizzonte illusorio risulterebbero così. Forse anche loro, l’uno, puro design dalla linea forte e ricca di coscienza e conoscenza, l’altro apoteosi di mastodonticità e opulenza anni Ottanta, a vederli ancora più vicini sembrerebbero due divinità dell’architettura. E probabilmente, anzi sicuramente è così. Ma forse qui sono io a dover fare un passo indietro. Sono io che dico “no signori, qui io i due palazzi li vedo in maniera diametralmente opposta“.

O forse non sono questi due palazzi, ma le menti che vivono e lavorano all’interno di essi.

Senza togliere o denigrare il personale di una delle torri più fantasmagoriche dei nostri giorni, ne ovviamente additare come idioti chi ne abita i suoi lussureggianti appartamenti (non sono qui per elencare le mie posizioni politiche), credo che circa una settimana fa al MoMA si sia verificata una delle azioni più potenti sotto ogni profilo a favore dell’umanità e di ciò che si sta tentando da anni di creare con estrema difficoltà: cercare di unire e non dividere, di condividere e non di fagocitare il possibile. 

Giovedì scorso uno dei musei più importanti al mondo ha detto la sua contro un decreto. Ha detto di no. Il decreto, come tutti sappiamo, vorrebbe bloccare i confini del paese più aperto ed eterogeneo del pianeta. Il decreto vorrebbe additare come tutti potenziali assassini coloro i quali avrebbero avuto la “sfortuna” di nascere sotto i confini di determinati paesi. Ed è qui che silenziosamente un giovedì notte, quasi di nascosto, tre curatori, Christophe Cherix, Jody Hauptman e Paulina Pobacha, decidono di inserire opere di artisti provenienti da paesi come Iran, Iraq, Yemen, Somalia, Libia, Siria. Il loro no non denigra ne infligge, ne tanto meno toglie, il loro no aggiunge un messaggio cambiando le carte in tavola. In questo caso mutando una delle collezioni più significative sul piano artistico, mistificando l’universale potenza dei loro artisti e mettendo al centro uno stile artistico probabilmente lontano dai nostri occhi europei, ma non per questo meno fiero.

Zaha Hadid
Zaha Hadid

La potenza della loro azione non sta tanto nell’inserire quadri o installazioni, figli di artisti il cui territorio è diventato essere argomento principale nelle argomentazioni bislacche del nuovo presidente degli Stati Uniti, quanto quello di averli palesemente sostituiti ad artisti dalla grandezza indescrivibile, come Picasso e di averli accuratamente inseriti all’interno della collezione permanente del museo.

Ibrahim el Salahi
Ibrahim el Salahi

Ogni quadro sotto ha una frase:

“Questo lavoro è stato realizzato da un artista di una nazione ai cui cittadini è stato negato l’accesso negli Stati Uniti. La sua esposizione vuole affermare gli ideali di accoglienza e libertà, alla base della cultura di questo museo e degli Stati Uniti”.

Charles Hossein Zanderoudi

Può un uomo, anzi tre, nella sua più alta e ambita carica riguardante la sua professione, mettersi così contro il suo presidente? In questo Museo si può, in tutti i musei o in ogni luogo carico di spirito artistico si può. E’ un’azione talmente potente ai miei occhi da risultare disarmante. Un quadro non regala visti alla gente, questo è certo, ma dona coscienza, ragionamento e dal ragionamento è possibile passare all’azione, ma non violenta come tutti vorrebbero, bensì giusta, come quella di sostituire un Matisse con Parviz Tanavoli, o Ibrahim el Salahi, Zaha Hadid o ancora con Tala Madani, stravolgere un percorso artistico ed espositivo, suggellare la grandezza artistica di e in tutto il mondo senza condizionamenti topografici e razziali e risvegliare altre coscienze che a loro volta porteranno ad un ragionamento incline allo scambio e non alla paura.

Una settimana di proteste davanti alla Casa Bianca ognuno di noi sarebbe stato arrestato e diventato il solito cojone che da solo vuole sconfiggere una potenza più grande del più grande dei Golia. Una settimana di protesta furba, astuta, ma anche volta all’apertura diventa l’azione più controversa di questa settimana e fa il giro di tutto il mondo.

 

Una “casualità” che potrebbe farci riflettere a lungo su come investiamo il nostro tempo, quello dei nostri figli e su come ciò che sembra defilata, non funzionale al quotidiano, di nicchia e per pochi, in realtà sia sempre e prepotentemente attuale e per ognuno di noi.

di Elisa Giani