Un autoscatto per sentirsi più belle

 

Quante volte ci capita di osservarci in una foto e riuscire a vedere solo difetti?
E quante volte ci vediamo riflessi allo specchio e non ci piacciamo?
Non capita solo a noi perché nel nostro piccolo delle nostre quattro mura pensiamo di essere sfortunati e bruttini.
Capita un po’ a tutti… sicuramente a tanti… probabilmente a troppi!
Però fortunatamente c’è un rimedio a questo “mal di vivere” che non ci permette di valorizzarci e andare oltre al puro lato estetico, che, per altro, spesso non è cosi male come ci sembra che sia: mai sentito parlare di Self-portrait experience?

Qualche anno fa si potevano trovare workshop a tema a cui partecipare un po’ ovunque ed era quasi diventata una sorta di “moda“.

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Cristina Nunez e i suoi lavori

Oggi questa tecnica/terapia, lontana dall’eco della “tendenza“, torna a far parlare di se, in bene, con tutti i suoi lati positivi, utili e interessanti.

Facciamo chiarezza: di cosa stiamo parlando?

Pare (ed è provato) che per piacersi e liberarsi dei complessi basterebbe scattarsi una foto, un auto-ritratto.
Per farne cosa? Per analizzarlo insieme a un fotografo professionista e a un terapeuta.

Per ottenere cosa? Per spostare il nostro punto di vista e per guardarci con occhi che non giudicano, ma che comprendono con chiarezza e positività.

Certo… non è solo colpa della nostra personale e innata tendenza alla poca autostima: viviamo come ben sappiamo in un’epoca dove quasi tutto è rappresentato, presentato e abbinato a immagini di donne perfette e irraggiungibili: non è, di conseguenza, cosi improbabile fare il confronto e non sentirsi all’altezza, anche perché non sempre siamo pronte a pensare che dietro a quell’immagine così perfetta con tutta probabilità ci sono ore (fossero anche minuti…) di lavoro di Photoshop e di fotoritocco.

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Dolore, fotografia e arte

Oggi purtroppo la maggior parte di noi vive il difetto fisico (sempre che si voglia proprio insistere a utilizzare il termine “difetto”) come una sorta di fallimento personale.

Questo è proprio quello che pensa una famosa artista, Cristina Nunez, spagnola, con poche inibizioni che ha deciso di utilizzare la sua macchina fotografica come “terapia“.

QUI potete trovare il suo sito dove ammirare molti dei suoi lavori.

Anche se parecchi (come è ovvio che sia) al suo seguito hanno sviluppato la sua teoria organizzando corsi, workshop e terapie di varia durata, se si parla di self-portrait experience si deve necessariamente parlare di Cristina Nunez.

Quali le idee e il lavoro di Cristina Nunez?

Lei sostiene che il punto è riconciliarci con la bellezza della nostra unicità, difetti compresi.

Nasce cosi negli anni l’idea di creare dei veri e propri corsi, percorsi terapici sostenuti da terapeuti professionisti capaci di scandagliare in profondità le nostre insicurezze per “obbligarci” a scontrarci con loro, per essere “schiaffeggiati” dal loro devastante impatto che purtroppo riescono ad avere su di noi quasi quotidianamente.

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Autoritratti per imparare ad amarsi

Negli ultimi dieci anni Cristina ha girato cosi il mondo proponendo la sua terapia a chi ne vuol fare uso. E nel progetto “Higher Self” alcune persone, grazie ai suoi consigli, hanno potuto convertire le loro vulnerabilità e le loro emozioni in un’opera artistica.

La Nunez all’inizio del percorso fa subito una richiesta (a cui non si può dire di no avendo accettato di partecipare): farsi un auto-scatto nude a figura intera.

Senza vestiti siamo fragili, indifese, non ci preoccupiamo più della posa e così le nostre emozioni possono emergere al massimo ” sostiene la Nunez che prosegue affermando che attraverso questo percorso insegna a vedersi con occhi diversi che ci permettono di prendere atto dell'”Io sono qui” e pian piano si riesce a superare il concetto standard di bello e del suo contrario di brutto.

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I sentimenti e le nostre diaboliche insicurezze

Indifese, in qualche modo obbligate a non scappare, a prendere coscienza di noi, nude, incapaci di vedere cosa fotografiamo, come ci mettiamo in posa etc... impariamo a vedere e apprezzare la nostra unicità e il carattere che traspare dalla nostra fisicità.

Nel momento in cui realizziamo un autoscatto, quindi, siamo allo stesso tempo autori, soggetti e spettatori e come è facile intuire quando riusciamo a materializzare il nostro dolore ce ne liberiamo: dal momento che ne facciamo un oggetto distinto esso non è più parte di noi, possiamo osservarlo con i nostri stessi occhi, prenderne coscienza e superarlo.

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Perché ci vediamo sempre brutte e imperfette?

Un altro momento decisivo del percorso è quando viene chiesto di distendersi su un materassino a terra e, con l’obiettivo che punta verso il  viso fino alle spalle, esprimere i sentimenti che generalmente nella vita vengono messi al bando: bisogna quindi esprimere un sentimento liberatore dopo aver premuto un pulsante di scatto ritardato per la fotocamera. In questo modo c’è il tempo giusto per immedesimarsi e liberarsi: rabbia, disperazione, terrore e gioia sono tra le emozioni che Cristina chiede di impersonare ai suoi ospiti.

Un interessante video che riporta un’intervista proprio alla fotografa artista Cristina Nunez, dove spiega l’origine del suo pensiero e del suo lavoro e come questo riesca a tutti gli effetti a generare sensazioni e risultati positivi in tutti i partecipanti ai suoi corsi.

Altri terapeuti che seguono questo tipo di percorso

Leggermente differente è al contrario l’approccio della psicologa e psicoterapeuta Giulia Tangerini che ricorre all’autoritratto più “tradizionale“.

Spiega: “lo uso come uno degli strumenti della terapia, guardando le proprie immagini affiorano pensieri ed emozioni che si analizzano insieme. In prima battuta – continua a spiegare la Tangerini – in genere la persona vede solo difetti, poi si concentra sulle emozioni. C’è un vero e proprio spostamento del punto di vista da ciò che si vede a ciò che si sente”.

In un modo o nell’altro quella dell’autoscatto sembra proprio essere vincente contro tutti i nostri dubbi e insicurezze.

Se non si ha la possibilità di partecipare a uno di questi corsi, si può almeno provare a scattarsi una foto e vedere come va: avere la capacità di superare il primo impatto e provare a guardarsi “dal di fuori”. Molto probabilmente già cosi ci accorgeremo di non essere poi così imperfetti ne fisicamente ne caratterialmente.

 

di Cristina Saglietti