Bye Bye pillola mia, anzi nostra

 

Anni e anni fa avevo qualcosa come diciassette anni. E mi sono fidanzata. Lui era bellissimo per me e io non ci capivo più nulla, letteralmente. Da brava regina dell’ormone, bastava un suo cenno de ricciolo che il mio cuore diceva “sì, lo voglio“.
Avevo le solite tre cose tipiche di una ragazzina innamorata:
-La bava alla bocca tipica di chi si dimentica di deglutire perché ama e basta.
-Le scarpe slacciate tipiche di chi non fa in tempo a vestirsi che schizza via da casa per raggiungere il bellimbusto.
-Il mio blister di pillole anticoncezionale dentro il mio portafoglio.

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Agata Wierzbicka

Questo perché fortuna ha voluto che io avessi uno zio dai lunghi capelli mori che, con tutta la calma e delicatezza del mondo, appena scoperta la mia nuova propensione ad amare trombando, mi trascinò da una dottoressa di un consultorio.

Ancora ricordo il pomeriggio.
Eravamo io, piccola e secchissima ragazzina senza tette e senza cellulare, lui, metallaro convinto, col chiodo anni novanta attaccato al suo maschio fisico nerd, e lei, la sua ragazza nonché mia pseudo confidente del momento, colei che inspirava i miei segreti ed espirava consigli sempre perfetti. Entrai dentro una stanza all’interno della quale seduta come se fosse su un trono d’oro zecchino c’era Lei, la dottoressa.
La campionessa della tranquillità, l’imperatrice di pace, la dea della farmacologia.
Sul collo poggiati come dei micro serpentelli si abbracciavano sia fili di una strana collana africana, che altrettanti sgargianti porta occhiali; aveva mille bracciali, ma non era truccata. Tutti quei gingilli creavano quasi una musica a ogni suo movimento, mentre mi spiegava come funzionava il calendario sul blister, o quando ridendo mi ricordava le volte da riprendere la pillola se fossi stata male. Io nel giro di venti minuti l’avrei voluta come zia stretta di primo grado.

Era perfettamente a suo agio nel parlare con me di sesso, in qualsiasi sua sfaccettatura; uscii da lì fiera di aver parlato con un medico della mia vita sessuale, eccitata perché di lì a poco avrei cominciato il mio primo ciclo anticoncezionale, felice perché tutto questo non mi era costato un euro (anzi una lira).

Era la mia indipendenza. Era il mio medico. Era il mio corpo. Erano le mie scelte.

Per motivi fisici e personali, dopo qualche anno avrei rinunciato definitivamente a utilizzare la pillola come anticoncezionale, ma mai e poi mai mi scorderò di questo strambo inizio di autocoscienza che fu quella visita al consultorio.

Oggi, dopo svariati anni nei quali io per rimanere coerente alla mia scelta di non volere altri figli, pago di tasca mia qualsiasi mezzo che possa aiutarmi, leggo direttamente dall’Espresso la notizia che lo Stato non vorrebbe più passare la pillola in qualità di strumento contraccettivo. 

Cerco di riassumere al volo la notizia:

Lo scorso 27 luglio sulla Gazzetta Ufficiale, quatta quatta lemme lemme è passato un elenco delle pillole passate da fasciaA ( farmaci a carico dello stato) in fasciaC (a carico nostro); Le pillole in questione sono le cosiddette “pillole di terza generazione”, diciamo le pillole un po’ più vecchiotte rispetto alle più odierne già in fasciaC. Ma sono, anzi erano ugualmente efficaci come contraccettivi oltre che determinanti per la cura dell’acne e di altre malattie, e soprattutto poco costose. Queste pillole non erano le più utilizzate dalla donna media italiana (tutte le amiche che ho infatti non sapevano neanche dell’esistenza di una pillola anticoncezionale “gratuita”), ma invece fondamentali per donne straniere o dallo stipendio molto basso e già con altri figli o figlio a carico.

Praticamente, ormai l’unica forma realmente gratuita che passa lo Stato per decidere di non avere figli sarebbe l’aborto, e dico “sarebbe” perché in Italia è più facile trovarsi Leonardo di Caprio dentro al letto che un medico non obiettore in ospedale.

Come ormai è mia abitudine oltre alla notizia vado a leggere anche i commenti sotto di essa. E come al solito tale notizia non è stata vista a 360°, ma a 15°.
Perché qui la questione è molto semplice: a me, donna, si sta ulteriormente abbassando il livello di personale libertà. Punto. Qui a me non importa un granché del perché è stato fatto questo cambiamento, a me importa che, se sono in difficoltà, se non mi posso permettere di far uscire anche tre euro in più al mese, se un figlio proprio io non lo voglio, lo Stato, il mio Stato, se ne lava beatamente le mani.

Qui non si tratta di aver messo sotto la lista a nostro carico un farmaco “non salva vita”, si tratta di gambizzare la possibilità di scelta di donne con molteplici realtà difficili e reali. E questo credo sia inconcepibile nel momento in cui, oltre ad avere posti di lavoro precari e pochi spiragli di stabilità, lo stesso Stato neanche aiuta noi donne a mantenere un figlio non dico a vita, ma almeno nei primi anni. E il fatto che i metodi contraccettivi maschili siano da sempre a pagamento non cambia la questione; un uomo non modifica il proprio fisico, non rischia il posto di lavoro, un uomo rimane uomo, contrariamente alla donna che, anche all’interno di una normalissima famiglia, sarà lei a sacrificare maggiormente scelte e abitudini di vita.

La libertà serve. E se la scorsa settimana il Fertility day ha garantito una vergogna globale al nostro paese, quest’ultima sciabolata, che poi ultima non è, alla individualità della donna ci ha reso ancora più peracottari nei confronti di un mondo che al contrario di noi sta andando avanti, supportando il genere femminile e l’elemento procreativo in maniera considerevole ed efficiente. 

La libertà culturale elimina ignoranza. Senza ignoranza nasce l’autocoscienza. L’autocoscienza è la linfa vitale di un popolo sereno, felice e consapevole dei propri diritti e doveri.

E allora cominciamo a farci più domande.

 

 

di Elisa Giani