Amici senza figli: vengo anch'io, no tu no

L’estate scorsa sono stata bravissima: ho organizzato tutte le vacanze a misura di bambino ma con un coefficiente di divertimento per me più che discreto, dalla masseria in Salento con accesso alla spiaggia tramite scrocco del trenino del villaggio attiguo, passando per il B&B a Formentera direttamente sulla spiaggia deserta con pareo h24, ai dieci giorni a Berlino dove anche i musei che propongono spietata arte contemporanea hanno sempre un passeggino da offrirti.
L’unica vacanza che covasse in sé germi di disastro era una tre giorni in costiera amalfitana (famosa per il proliferare di scalini- e scalino nell’iconografia genitoriale è sinonimo di bimbo al collo) con tutti i miei amici senza figli.
Un’ansia pazzesca.
Un proliferare di “ma no, non preoccuparti”, “ma dai, ti aiutiamo”, “ma che fastidio ci dà”, “noi portiamo persino il cane” che comunque non riuscivano a tranquillizzarmi. Finché sei ospite in casa di amici con bambini va tutto bene perché le madri(le altre) hanno sempre tutto, se vai a trovare i parenti ancora meglio perché puoi sempre obbligare un prozio a svegliarsi nel cuore della notte per andare a comprare una Tachipirina facendo leva sul fatto che tuo figlio non lo vede mai.

Ma quando sei ospite in una casa senza bambini devi avere tutto.
Devi porti spietati quiz prima di partire tipo: ”E se di notte fa freddo, tira una brezza marina poco indulgente, ci scappa la pipì, il bagno è lontano ma non si può svegliare nessuno, uno degli ospiti che non conosciamo soffre di insonnia e, abbondiamo, abbiamo anche sete? Abbiamo tutto?”
La risposta è vestaglia (per mamma e figlia), pantofole insonorizzate, torcia e bicchiere pieghevole. Neanche fossi al campo scout di reparto nel 1992.
Per quanto riguarda cosa portare per Matilde, io ho un rimedio infallibile. Metto a frutto la mia, seppur esigua, esperienza di sceneggiatrice e immagino delle giornate possibili e degli avvenimenti papabili in modo da non dimenticarmi nulla. Ne vengono fuori dei veri e propri soggetti di scarso appeal cinematografico ma perfetti per l’occasione.
Esempio:
“Era una giornata calda e soleggiata in campagna (jeans e camicetta a maniche corte), a un certo punto si alzò un deciso vento primaverile (felpa con cappuccio). Mentre giocava sul prato Matilde inciampò (pantaloni di ricambio) e un cane le leccò una mano (amuchina piccola portatile pulisci-mani). Dopo pranzo (bavaglino, posatine e cuscino) i bambini non sapevano cosa fare a causa della pioggia  (abbigliamento da casa: tuta e pantofole) ma quando la pioggia cessò (galosce anti fango), qualcuno decise di portarli a prendere un gelato in città (vestito decente che non si spiegazzi in valigia)”.

Ma torniamo al racconto delle vacanze con il gruppo di giovani-carini e non occupati(con i figli)… È stata un’esperienza meravigliosa in cui, per la prima volta, mi sono sentita non una persona con un problema ma qualcuno che ha una realtà che, per quanto diversa, può comunque integrarsi con quella degli altri.
Perché molto spesso siamo noi genitori che ci autolimitiamo, che scriviamo blog dove raccontiamo come spiegare all’amica senza figli che noi vorremmo essere diverse ma la tapioca che ci ritroviamo spiaccicata sul golf ci ghettizza in un girone dantesco di donne con sei lauree che emettono solo suoni gutturali al massimo bisillabici.
Diverse da cosa? Da chi? Siamo sicuri che il problema siano gli altri?
Alla gente senza figli proprio non gliene importa nulla del nostro essere madri nel momento in cui lo viviamo e lo raccontiamo con senso di colpa o complesso di inferiorità. Quando parlo di mia figlia con le amiche senza figli sottolineando i suoi lati interessanti o comunque rendendoli funzionali a un dialogo più ampio che sto facendo con una persona che vive una vita diversa dalla mia e non come un sordo monologo in cui faccio l’apologia della medicina omeopatica, ricevo in cambio solo interesse.

Come dice mia figlia oggi è il domani di ieri. Penso che intenda che tutto è relativo. Spero. Perché con lei non si sa mai.

di Eva Milella