L’amore ai tempi dei trentenni

(Sottofondo musicale: ALANIS MORISSETTE – THAT I WOULD BE GOOD)
Sono due giorni che il mio foglio è bianco.
Prima volta. Oddio è vero anche che ho passato gli ultimi dì a incartare, tagliare, incollare, cucinare per la festa di mia figlia, ma questo per me è cosa ovvia.
Già, talmente ovvia, che quando mamme amici e persino il comunista (da oggi in poi chiameremo il padre di mia figlia così; il motivo? Lo so io. Fidatevi.) mi hanno fatto i complimenti per l’organizzazione del compleanno della nana, io non capivo.
È logico, naturale farlo.
Non sono più brava di nessun altro perché dormo poco per lavorare e stare con Margherita. Tutti lo farebbero. Ma stavo riflettendo che forse una micro differenza potrebbe esserci. E tale differenza è che io ho una bambina e gli altri ancora no.

Siamo una generazione strana, che non va di pancia, e non riusciamo a staccarci dal nostro essere figli.

Ormai è normale avere 33 anni e ancora non avere figli.

Ormai è normale sapere che c’è la possibilità di conoscere e innamorarsi di qualcuno che già ha un figlio.

Non era come cinquant’anni fa che si ballava mezza volta la domenica col vestito buono e c’era lui che ti sceglieva e diceva “La vedete quella li? Quella sarà la madre dei miei figli”. E così sarebbe stato. Per sempre.

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illustrazione di Felipe Gimenez

 

Non voglio cancellare anni di lotta per l’emancipazione femminile, ma in quella domenica, per quelle domeniche non sentite odore di erba fresca?

Tutto era semplice e faticosissimo nello stesso tempo, mentre ora per noi, tutto è faticoso e semplicissimo in misura diversa.

Noi ormai, uomini o donne, possiamo fare tutto, possiamo innamorarci e smetterlo di fare il giorno dopo, non esiste legame o sacrificio che possa essere sancito da un matrimonio.
Non mandiamo giù, non sacrifichiamo più.

Siamo la generazione della relatività; abbiamo un lavoro ma è forse non sarà per sempre, abbiamo una casa, ma sarà nostra veramente fra quarant’anni, abbiamo un amore, ma chissà…

La bellezza di essere madre svanisce nel traffico, quella di essere compagna dentro i centri commerciali, la semplicità dell’essere solo persona ci abbandona perché corriamo, abbiamo la ceretta, abbiamo lo yoga dopo il lavoro.

Da quanto non incrociamo lo sguardo vero del nostro compagno?
Da quanto non ci fermiamo e sorridiamo?

Molte persone mi confessano di invidiare la mia “posizione”, ovvero quella di vivere sola con mia figlia e avere quella parte affettiva adulta da un’altra parte; può darsi sia migliore, sia innanzitutto fuori dagli schemi e forse innovativa per un rapporto sentimentale, ma siamo così sicuri di essere così sicuri che ormai la convivenza debba per forza distruggere tutto?

Siamo sicuri che tutto quello per cui i nostri genitori hanno lottato ormai saturi di una generazione antica, stia dando i suoi migliori frutti?

Vi rendete conto che stiamo facendo tutto il contrario dei nostri nonni, ma intanto continuiamo a essere prevalentemente infelici o solo anche costantemente nervosi?

Qual è il segreto? Perché a me sembra che tutta sta relatività che la vita ci ha regalato ci sta portando fuori strada.

Perché a me sembra che per fare la mamma innovativa io debba comunque fare le stesse cose di una mamma chioccia. Perché è così, non si scappa. Posso farmi anche 55 tatuaggi, ma alla fine la favola della buona notte la racconterò sempre alla mia bambina.

Quattro anni fa la mia vita ha vomitato.

Quattro anni fa io sono diventata una persona diversa.

Quattro anni fa io non avrei mai immaginato che avrei fatto tutto da sola, e per paura ho combinato un sacco di casini, perché non riuscivo a capire che le piccole dinamiche ci stanno distruggendo, perché basta un sorriso in ascensore ad uno sconosciuto.

girl-on-swingGenerazione trentanni è una cosa strana. È una cosa che stiamo vivendo secondo me male, malissimo.

Fermiamoci, respiriamo.

Non c’è cosa più bella che andare avanti.

Non c’è cosa più bella che diventare grandi.

Non c’è cosa più bella che divertirsi facendo a pranzo l’arrosto e la sera bere 15 birre.

Basta pagare una bolletta in più, più che altro ricordarselo, e poi chiamare i propri genitori un po’ di meno, e poi amare QUELLA persona e non avere paura, e dire anche “si, ok, mi sa che è per sempre”, perché se quella è dannatamente per sempre allora bisogna prenderla e non lasciarla mai più.
Basta ascoltare la musica nel traffico, e tremare insieme alla prossima rata del mutuo, ma insieme, e poi basta fidarsi e affidarsi, che non lo facciamo più, e poi basta comprare una macchina più sbilenca e sorridere di più a un test di gravidanza positivo, e poi basta vivere la semplicità della vita che forse è il dono più grande del mondo.
Basta ascoltare quella canzone lì e poi ricevere un mazzo di fiori e poi programmare quel viaggio che forse non si farà mai.

Io ogni giorno mi alzo. Sveglio mia figlia. Apro la finestra al gatto. La richiudo. Il gatto mangia. Poi il gatto gira metà casa e va alla finestra di mia figlia, miagola, lei le apre e insieme vengono a fare colazione.

Succede ogni giorno.

È monotonia? Sicuramente. Ma non cambierei il mio primo quarto d’ora di vita con nessun altra cosa.

Forse solo con l’aggiunta di un dettaglio. Ma non lo dirò mai.

di Elisa Giani