Avevamo tutto. Troppo facile dare la colpa a un figlio.

La casa è sempre la stessa.
Apparentemente, tutto tace e nulla sembra essere mutato.

La tavola è sempre apparecchiata per tre, il vino bianco è in frigo e i panni sono stesi ad asciugare.
Dentro casa, per paura dei piccioni.
Una di quelle cose alle quali non fai caso perché ti sembra far parte di un modo di vivere divertente e sopra le righe che hai scelto consapevolmente.
Come l’impossibilità di invitare le persone a cena con due giorni di anticipo o i commenti durante il telegiornale che coprono le notizie.

Cose così.
Piccole cose.

Arrivo di un figlio e crisi di coppia
Arrivo di un figlio e crisi di coppia

Cose che non noti e che ti sembrano il copione di una vita normale.
Poi, un giorno che sembra casuale, ma altro non è che il frutto di un misterioso algoritmo che lavora da tempo, qualcosa si rompe.
E cambiano gli argomenti di discussione.
Dai progetti in comune, ai calzini spaiati.
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La violenza delle affermazioni non concede più spazio alla fantasia, la reticenza del non detto diventa il lessico di una famiglia che si scioglie come neve al sole.

Crisi di coppia
Crisi di coppia

Avevamo tutto.

Avevamo una bella casa, forse la più bella di tutte.

Avevamo la bellezza, forse eravamo i più belli.
Corpi perfetti che non hanno fatto altro che trovarsi.

Avevamo quell’ironia che ci faceva sentire diversi, superiori e che era stata la mano che avevi teso per tirarmi a te.

Avevamo la passione, quella che poco dopo è diventata un figlio.

Improvvisamente la terra ha iniziato a tremare, il nostro rapporto è diventato un vulcano pronto ad eruttare in qualsiasi momento e abbiamo iniziato a credere di non avere più nulla.

Tutto quello che ci rendeva forti agli occhi degli altri, è diventato il nostro punto debole.

Tutto quello che avevamo amato l’uno dell’altra è diventato l’arma con cui offendere un avversario troppo scoperto e inerme.

Avevamo tutto.
Avevamo tutto.

Troppo facile dare la colpa a un figlio.
I figli non hanno colpa, casomai hanno la pretesa di esistere.
Un figlio “comunque vada te lo ritrovi”, dice mia madre, con il cuore stretto dopo l’ennesima confessione di una figlia in balia della verità.
Una verità taciuta troppo a lungo per orgoglio e per paura che un “telavevodetto” sancisse un rifiuto ad essere aiutata.

Come è iniziato tutto, io lo so.

La vita sempre separata, gli interessi diversi, il rifiuto di condividere spazi e amicizie per paura della competizione e del giudizio dell’altro ritenuto troppo importante per non essere preso in considerazione.
Troppo diretto per essere digerito.
La forbice che ha separato il quotidiano.

La voglia di non ricucire uno strappo che diventa una voragine dove si assiepano le incomprensioni.

Tutto questo e il contrario di questo.

E la colpa che non si trova.

Nessuno la trova.

La si cerca tutti i giorni nei piccoli gesti quotidiani che da soli non possono prendersi la responsabilità di un rapporto fallito.
Nessuno osa parlare di fallimento, casomai di mancata progettualità.

Nessuno accetta lo status quo, casomai si cerca la causa.

“Dovreste fare analisi di coppia”.(O analisi di non-coppia?)

“Per recuperare un dialogo”.(O forse solo per accettare il silenzio?).

Troppo facile dare la colpa ad un figlio.

All’attenzione spesa per lui, alla stanchezza per le notti insonni.

I figli crescono e diventano esseri indipendenti mentre noi genitori, non in grado di sopravvivere alla loro venuta, evaporiamo come acqua.

Riconoscere una crisi è facile, vivere in quel limbo che precede una separazione è molto più doloroso della separazione stessa.
Nulla è più al suo posto, la vita scorre su un binario parallelo e morto e la stanchezza del desiderare l’essere da un’altra parte mina l’efficienza e ci fa sentire superficiali.
Un’adolescenza ritrovata, non richiesta e biologicamente insopportabile.

Un istinto irreprimibile di sopravvivenza che cova i sintomi di un malessere che si cronicizza istantaneamente.

Essere altro per ritrovare se stessi.

Troppo facile dare la colpa a un figlio.

Un figlio che comunque ci ama e che impara a ridere dei nostri cambi di voce e della nostra alternanza a cena.

Un figlio troppo piccolo per dirti come sta ma troppo grande per non elaborare.

Un figlio che litigherà con le sue bambole con la stessa tua modalità, alzando la voce dalla sua camera per farti capire che sa, che sente e che vive quello che tu pensi stia solo sopportando.

E un fondo che non arriva mai, che è sempre più in basso.

Ma non si cade mai. Uno scivolare di mesi senza mai sbattere.

Un propagarsi di cattiveria, senza decisioni.

La casa è sempre la stessa. Apparentemente tutto tace e nulla sembra essere mutato.

La tavola è sempre apparecchiata per tre, il vino bianco è in frigo e i panni sono stesi.

Dentro casa per paura dei piccioni.

di Eva Milella