Cartoni animati e modelli femminili: le nuove eroine delle nostre figlie

In questo periodo della mia vita, in cui mi sento un corpo formato per l’ottanta per cento da insicurezze ed ombre, forse non a caso, io e mia figlia siamo ossessionate dalla canzone di Elsa “All’alba vincerò” tratta dal cartone animato Frozen.

Elsa. La glaciale.
Elsa. La glaciale.

Cosa c’è di così evocativo in questo cartone animato?
Perché le due protagoniste ci affascinano così tanto?
Come mai il rapporto tra quelle due sorelle è così vero e sentito?
È davvero un cartone animato femminista come dicono?

Ho cercato di mettere da parte l’emotività, di non assecondare l’impeto che mi spinge a salire in piedi sulla scivania e ricominciare a intonare il mio inno, e ho fatto un po’ di ricerca.

Innanzitutto, il primo passo di emancipazione femminile è la scelta, settantasei anni dopo Biancaneve, di una regista donna, Jennifer Lee.

La Pixar aveva già compiuto il salto con “Brave”, la principessa che non sogna un marito, e la regista Brenda Chapman, premiata con l’Oscar, aveva dichiarato che l’animazione «è gestita da un club di ragazzi».
Jennifer Lee, il cui cartoon preferito resta “Cenerentola”, è più diplomatica: «Sono cresciuta con i film di Disney, ne amo le eroine, che appartengono però a epoche diverse. Io sono una regista e lavoro oggi, amo personaggi moderni, donne con cui ti puoi identificare, piene di difetti, incasinate, imperfette come siamo noi nella vita».

Ecco, questo credo che sia il punto.
Da quando ho iniziato a lavorare su Malamamma, ho capito una cosa importante, ossia quanto le imperfezioni siano il vero motore narrativo delle storie.

La mia generazione è stata l’ultima a vivere una serie di status e stereotipi femminili come assoluti.
Le nostre madri erano perfette, le loro tristezze non ho mai capito dove le mettessero e le loro distonie ci sono arrivate come un pugno nello stomaco soltanto quando siamo state noi figlie a evincerci ed emanciparci e, in soldoni, a capircele da sole. Prima di allora un enorme tappeto le ha nascoste, spingendoci a sentirci sempre sbagliate o in difetto.

Adesso con la crisi, la liquidità assoluta dei sentimenti, le lotte di genere sacroisantissime e quant’altro, quella che un tempo era considerata una fraglilità viene assunta a postulato cartesiano della figura femminile.

La Disney non poteva non rendersene conto, proponendo un’eroina perfettamente al passo con i tempi e calata nel reale e raccontando una storia che rispetto alla favola di Hans Christian Andersen, non ruota intorno a una regina cattiva assoluta ma a un personaggio complesso e sfaccettato.
Alla contrapposizione classica buona-cattiva c’è quello tra tra amore e paura.

Anna. La solare.
Anna. La solare.

La struttura è classica e tradizionale, tutta la trama di Frozen, fin dall’inizio, è tessuta per portare al climax finale in cui la protagonista rischia la vita.
Fin dall’inizio sappiamo che quello che potrebbe accadere (faticosissimo non spoilerare) e sappiamo anche che solo il “vero amore” potrà essere l’antidoto alla tragedia.

La grande novità è che scopriamo inaspettatamente che quello che salva l’eroina in pericolo, non è l’amore del principe azzurro ma quello di una sorella, comunicato con un abbraccio e non con il classico bacio.

Il fulcro della storia sono le burrascose dinamiche femminili delle due sorelle (questo era già presente in Rapunzel dove il rapporto madre-figlia era il vero motore della storia) e saranno loro due a salvarsi DA SOLE senza figure maschili o paterne di sorta.

Questo è quello che accade nella favola che io amo che veda mia figlia (e qui ritorno sull’assoluta negatività del personaggio Violetta) tuttavia non credo che Frozen sia un cartone animato femminista.
Alla Disney non interessa affatto creare eroine “femministe” ma personaggi in cui è possibile identificarsi, realistici, moderni.

Anna ed Elsa non agiscono così per ridimensionare il modello maschile ma perché sono figure del nostro tempo che agirebbero in quelle circostanze date esattamente così.

Il punto è che le due ragazze sono entrambe cresciute sbagliando la loro idea dell’amore (Elsa crede che l’amore sia protezione e vuole talmente bene alla sorella da annullarsi completamente rinunciando alla sua libertà per paura di ferire e di essere ferita mentre per Anna, cresciuta da sola, l’ amore è ricerca di attenzioni anche nei confronti della persona sbagliata – ma questo punto della stroria meriterebbe un capitolo a parte).

Le due sorelle riunite.
Le due sorelle riunite.

Nonostante il personaggio di Elsa sia quello più affascinante, trovo che sia in Anna il cambiamento più grande.
Diventando donna adulta, Anna capisce che per amare non basta avere delle cose in comune o sperare di completare la propria vita incastrando la propria personalità in quella dell’amato come in un puzzle, ma che crescere è difficile e comprendere e accettare l’amore e i problemi della persona che ami è la vera sfida.

E questa credo sia la grande modernità di Frozen, che supera il modello femminista in nome di quello che credo sia il punto di arrivo che la ricerca di genere deve avere per essere calata nel mondo che viviamo.

Capirsi come donne per amare meglio gli uomini.

Essere donne forti indipendenti e realizzate per essere in grado di essere ancora mogli, madri e fidanzate ispirate.

Magari imperfette, nevrotiche o glaciali ma comunque ancora in grado di amare quella meraviglia che è il genere maschile.

(To be continued)

di Eva Milella