Confessioni di una radical chic: credevo di essere femminista e invece rosicavo

La settimana scorsa ho compiuto trentasei anni, anzi meno-quattro-anni come dico io.

Come se essere quarantenni significasse ancora qualcosa di mortifero.

No, non è un fishing for compliments ma l’occasione per una riflessione.

In cosa sono cambiata in questi anni?

È un periodo difficile, pieno di incertezze e di rotture ma c’è una cosa della quale proprio sono contenta.

Quando ero più piccola soffrivo di un male a mio avviso incurabile, una forma di disgusto, che celava in realtà invidia e paura per quelle donne che avevano atteggiamenti disinibiti.

Le zoccole, chiamiamole con il loro nome.

Non quelle di professione intendiamoci, per le quali ho sempre provato un pudicissimo rispetto, ma per quelle amiche, parenti o conoscenti che facessero della sensualità l’unico veicolo di comunicazione.

Per anni ho nascosto questa invidia dietro un’ideologia femminista per poi accorgermi che non difendevo nessuna categoria e non facevo nessuna proposta di cambiamento, semplicemente, passatemi il termine intraducibile: rosicavo e basta.

Sì, ma perché? Cosa c’è che a noi irriducibili radical chic fa così male?

Ma perché dobbiamo mortificarci dietro le Bensimon di pezza pur di difendere un ideale di donna libera?

Io per anni sono stata il manifesto di questo: se mi vuoi, deve essere perché sono intelligente e non perchè ho delle belle gambe. Mortificavo per ideologia un lato del mio essere donna (o addirittura, orrore, Femmina).

Anni passati a leggere per il gusto di farlo ma anche, ammissione durissima questa, per poter riportare una freschezza intellettuale nelle conversazioni che supplisse una quarta di reggiseno.

Poi c’era sempre l’amica, quella disinibita che ti faceva orrore, che aveva quel modo di fare da gatta morta che tu proprio non potevi sopportare e giù in una spirale di “ma che idioti gli uomini!”, “ma possibile che una si deve svendere così”, ”ma possibile che non si accorgano che”…

E una fitta, localizzata sopra l’addome a sinistra che indicava, Ça va sans dire, che stavo rosicando.

Intendiamoci, non sono una modella di Victoria’s secret ma neanche poi così male, anzi devo dire che un certo successo con gli uomini l’ho sempre avuto e anche in maniera abbastanza facile.

E allora? Di cosa mi lamentavo? Cosa c’era che mi faceva stare male quando vedevo certi atteggiamenti?

La mia parte irrisolta, credo.

E adesso cosa è successo?

È tutto miracolosamente sparito.

Credo si chiami maturità.

Che mi fa un po’ paura, non per le responsabilità che comporta ma per il rilassamento cutaneo.

Perché la vita è così: a vent’anni ti senti inadeguata con una minigonna, a quarantasei ti accorgi di esserlo veramente, ma subito prima ci sono dieci anni meravigliosi.

Che sto per iniziare!

Tanti auguri a me.

di Eva Milella