Generazioni, chi va e chi rimane: I nonni (angeli)

(Sottofondo musicale: Creep dei Radiohead)

20 minuti.

20 minuti che ho un computer davanti e non riesco a scrivere nulla. Non perché non abbia nulla da scrivere, anzi. Ne ho talmente tante di cose che non so da che parte iniziare.

Perché quando una persona va via per sempre è una botta, ma quando la persona in questione è un’istituzione per tutta la tua famiglia è una sorprendente sofferenza.

Mio nonno non c’è più. Non esiste più. Non so se sia un angelo o solo un corpo dentro una bara, non lo so, perché io la certezza del paradiso non ce l’ho, e a trent’anni forse è meglio così.
Ma non voglio stare qui a ricamare sulla mia sofferenza, vorrei ragionare sul perché soffro così tanto, e sono giorni che ci penso, che non mangio, che non dormo, perché in fondo mio nonno stava già male da tempo, forse da quando la sua amata scomparve dalla sua vita.

Mio nonno era un rompipalle epocale; mi ricordo da piccola quando distribuivo i personaggi per giocare a “Biancaneve h24” i ruoli erano sempre gli stessi, io Cucciolo, mia madre Biancaneve, mio nonno Brontolo, per tutti gli altri improvvisavo. Scassava veramente tanto, doveva dormire, mangiare e rompere le palle, il classico e antropologicamente fantastico Uomo di una volta. Non sapeva cucinare un uovo, non sapeva attaccare un bottone, forse non sapeva neanche che i bottoni si chiamavano bottoni, invitava amici, colleghi e preti a cena a casa e non si curava del fatto che anche mia nonna lavorava all’università, e forse non ce la faceva fisicamente a stare in due luoghi diversi.

Ogni pomeriggio lui doveva fare il pisolino e alle 16.40 andavamo a svegliarlo cantando “nonno nonnone, scendi dal lettone, hai fatto il riposino, ora basta perché canta l’uccellino” (uccellino ero io), ma dovevamo cantare ad un certo volume altrimenti s’incacchiava a bestia. Non esisteva altro partito che quello Democratico, anche se temo avesse influenze molto più di destra in giovinezza, ma ogni volta che cercavo di indagare lui mi spiattellava una foto di giornale che lo ritraeva in procinto di eseguire una grande manifestazione, e così mi zittiva sempre.

La domenica esistevano solo Dio e la Roma; per questo nell’ultimo decennio, quando le partite venivano anticipate o posticipate, lui urlava “porco mondo!!!!!” che era abbastanza in contraddizione con il primo punto domenicale, ma questo non glielo abbiamo mai fatto notare per pura paura. Esisteva solo la facoltà di medicina a La Sapienza, il resto non contava, non si poteva affermare il fatto che forse, ma dico forse, a volte lui avesse sbagliato nella vita. Ecco, se poco poco mettevi in discussione qualcuna sulle sue azioni, ti conveniva prenotare un biglietto per Berlino. Solo andata. Doveva avere rigorosamente sia a pranzo che a cena un quarto di vino rosso da ottobre ad aprile e di bianco i mesi rimanenti, gli urtava camminare e prendere il sole al mare.

Ma allora perché mio nonno mi manca così tanto?

Vi prego, rileggete la prima parte con attenzione.

Fatto?

Bene. Perché quest’uomo con tanti, tantissimi difetti agli inizi degli anni ottanta, quando ancora non c’era tutta questa libertà di avere famiglie allargate, questa persona, da capo famiglia, da primario, da uomo d’altrissimi tempi, ha pensato bene di accettare una figlia ventitreenne incinta.

Mia madre.

Ecco perché mi manca. Perché è un pezzo di vita per me, come un braccio.

Quando una persona muore, non sempre lascia segni positivi apparenti dentro il tuo cuore, e così ha fatto mio nonno; veniva chiamato nonnone da mia figlia, era il suo bisnonno. Era la punta della piramide, era la generazione forte, quella che diventa roccia, quella che ora col cavolo che esiste! Dove sono questi uomini? A boh, io non li vedo.

Quando una persona muore a volte sei costretto a crescere tu un po’ di più, e questo è duro da accettare, perché cresci oggi cresci domani, poi ti ritrovi ad essere tu l’istituzione e a me questo non va, perché voglio la mia famiglia, voglio sentirmi a casa, voglio sentire la voci giuste.
Ma in fondo quando una persona muore, semplicemente muore.

E mio nonno proprio non ce la faceva più a stare a questo mondo fatto di partite di lunedì e di primarie dove vince uno come Renzi; in un mondo dove le cose sono troppo veloci, e non c’è neanche più il tempo per litigare come si deve.

Ed è giusto così.

E allora, caro nonno, stai tranquillo, che la dinastia del sopracciglio più inarcato al mondo continuerà, che proveremo a essere forti come te, e ci lasceremo andare come tu hai fatto, ma sempre con orgoglio e dignità. Spero sotto la tua benedizione.

Ti voglio bene. E forza Roma. Sempre.

di Elisa Giani