Cuori affamati e madri che amano troppo. Hungry Hearts, l'ultimo film di Saverio Costanzo.

Viviamo in un epoca strana, in bilico tra l’essere protesi verso un futuro asettico e dalle emozioni veicolate da qualsiasi mezzo digitale, e la riscoperta nevrotica di antidoti passatisti contro le contaminazioni che ci circondano.

Non sappiamo più guardare negli occhi le persone, presi dai nostri smartphone e dai nostri tablet, ma ci imponiamo di mangiare bacche ricercate per ritardare l’invecchiamento.

Ogni tanto nuovi trend in fatto di alimentazione ci fanno scoprire cose che ci chiediamo come potessero mancare prima nella nostra vita.

Un po’ di tempo fa era l’aloe, poi il betacarotene, la bava di lumaca adesso le bacche di Goji…

Trend che arrivano, ci condizionano e passano con la velocità consumistica della borsa del momento.

I supermercati biologici sono l’ultimo trend, la mecca della nuova borghesia, gremiti di cibo-status dal gusto dubbio ma dal packaging cool.
Cose che un tempo mangiavano solo quelli un po’ freack e un po’ fissati con l’etnico, diventano il companatico di liberi professionisti convertiti al credo del biologico, del biorganico, del macrobiotico.

Il nutrizionista è l’ultima figura di riferimento che ha nettamente messo in ombra l’analista tanto in voga qualche tempo fa. L’approccio al cibo è dei più disparati e arbitrari ma provoca una suggestione da nume tutelare.

Ma quando tutto questo diventa nevrosi?

E soprattutto, è giusto imporre un regime alimentare di questo tipo ai nostri figli seppur in nome di una protezione?

Ultimamente ho visto un film molto bello che si muove in questa sfera.
Si chiama “Hungry Hearts”, la regia è di Saverio Costanzo ed è interpretato magistralmente da Alba Rohrwacher e da Adam Driver.

La protagonista Mina, precocissima orfana di madre e con un padre talmente anziano da non poter neanche intervenire al suo matrimonio, è italiana e vive in solitudine a New York finchè il destino non le fa incontrare Jude.
Tra i due nasce subito un’intesa e il loro rapporto si dimostra spensierato e gioioso. Per evitare di perderla, Jude mette incinta sua moglie e la coppia dapprima spaventata si prepara intensamente all’arrivo del figlio.

Dopo aver parlato con una chiromante, Mina comunica a Jude di aver scoperto che loro figlio sarà un bambino speciale, un bambino “indaco” e che andrà protetto.

Quello che sembra un gioco, uno scherzo sul quale ridere a letto complici, diventa il tragico motore del film.

Mina decide di annullare la sua vita, estromettere il suo compagno e dedicarsi completamente alla sua missione: proteggere suo figlio.

Madre ex anoressica, donna che dimentica di essere tale (quindi annullando anche la propria sessualità in precedenza vitale e solare) in funzione di una ‘proprietà’, quella del figlio, che diviene totalizzante.

Mina coltiva ortaggi in casa, propina al figlio lassativi quando ingerisce cibo, ma soprattutto si fa detentrice di “cosa è bene” come solo le madri sanno fare.

Madri che estromettono i padri nella crescita dei figli che li rendono insicuri e vulnerabili facendoli sentire un surrogato della figura materna.

Il cibo, la cosa che trasversalmente racchiude ognuna delle nostre nevrosi diventa il modo per controllare in maniera totalizzante il figlio.

Sempre di più il cibo ci relega in un ruolo (affamati, sovrappeso, anoressici, buongustai, amanti perfetti), sempre di più il cibo controlla la nostra epoca in maniera drammatica.

La degenerazione metaforica e dal tono thriller che ci mette davanti Costanzo è solo l’esasperazione di un processo che ci vede protagonisti tutti i giorni e che passiamo in maniera involontaria a nostri figli.

Come veicolare le nostre debolezze e cercare di non far arrivare loro le nostre perversioni?

Come non essere schiavi di un tempo in cui ormai siamo ciò che NON mangiamo?

Nel solito modo, pensando che sono altro da noi e che non sono il canale di sfogo della nostra frustrazione repressa.

Il filosofo e sociologo Zygmund Bauman ci ricorda che: “La nostra è un’epoca nella quale i figli sono, prima di ogni altra cosa e più di ogni altra cosa, oggetti di consumo emotivo. Gli oggetti di consumo soddisfano i bisogni, desideri o capricci del consumatore e altrettanto fanno i figli.
I figli sono desiderati per la gioia dei piaceri genitoriali che si spera arrecheranno il tipo di gioie che nessun altro oggetto di consumo, per quanto ingegnoso e sofisticato, può offrire
”.

di Eva Milella