Lavoro e vacanze di Natale: e se hai un figlio come fai?

(sottofondo musicale: “Boom” di Anjulie)

Di solito per un bimbo il Natale è una figata, per due ragioni:

-regali
-genitori h24 con te (in particolare la H è riferita al padre, le 24 alla madre.)

Per tutti i bimbi è così, per tutti, tranne che per la mia Mina.

Per Margherita Natale vuol dire andare a lavorare con la mamma, essere la mascotte di tutte le fiere nelle quali lavoro, dare per scontato un tavolo, un allestimento e un disallestimento nel giro di 12 ore, vedere gente stranissima con i pantaloncini quando fa freddo-freddo, che compra una collana di mammà. Oppure dormire un giorno dal padre, un giorno dai nonni, un giorno da un’amichetta, per poi tornare a casa sua con una baby-sitter fino alle nove di sera.

Natale per Margherita non ha mai significato pace e tranquillità, ma al contrario, delirio e casa sommersa dalle mie cose, da telefonate di clienti che chiamano anche alle otto del mattino, da nottate in cui è lei che quando va a fare la pipì, viene a svegliare il mio viso dormiente sul tavolo da lavoro, e lo accompagna a letto.

E ogni volta io mi chiedo se sia giusto. Se una bimba così piccola sia in grado di sopportare questo.

Poi, come sempre, mi meraviglia con la sua genuina semplicità; perché lei, come tutti i bimbi, sa fin dove arriva un genitore, e se i figli rompono tanto le palle è proprio perché percepiscono la nostra totale (e aggiungerei fasulla, non capisco ancora perché ci ostiniamo a farci vedere come degli dei anche se non lo siamo) invincibilità, mentre, non appena avvertono stanchezza, debolezza, paura, ecco che intervengono come angeli. Almeno a me succede questo.

Mina con me a lavoro. Vendeva più di me.
Mina con me a lavoro. Vendeva più di me.

Ogni volta che torno da un mercato la scena di solito è la seguente:

– mamma! Dove sei stata oggi?

– a Mercato Monti, amore

– ma quello con il fiume incantato sotto la finestra?

– no amore, quello è il Lanificio

– quello dove ci sono i tappeti delle principesse?

– no amore, quello è il Caravanserraglio

– allora quello dove io mi metto dietro con te in alto vicino al microfono e faccio finta di essere il capo?

– esatto!

– e c’erano le persone noiose che mi fanno tanto ridere?

– sì, amore mio… purtroppo ci sono sempre

– e quelle super maleducate che non sono mai gentili?

– anche…

– mi racconti i più buffi?

– certo….

E la sera finisce con me e lei nel letto a ridere su clienti cafoni o matti che mi hanno rovinato la domenica. Poi facciamo sacchetto e lei si addormenta tutta rannicchiata su di me; e io penso che non mi ha detto “Uffa mamma, per una volta che non ho scuola tu lavori sempre”, non lo dice perché ormai è abituata così e lo trova assolutamente normale.

Quindi.

Dove sta la normalità per un figlio? E per un genitore? Forse le solite abitudini possono essere trasformate, e forse si può partire proprio dal trasformare in proprie quelle più classiche, più ovvie, come il Natale! Forse, e dico forse, il mio ricordo del Natale non deve essere il suo ricordo del Natale, perché abbiamo 25 anni di differenza e sono due generazioni, e le cose cambiano, e come per il Natale, cambieranno per tutto, sempre. Forse partendo dal Natale possiamo prendere spunto per smetterla di dire “alla mia età si stava meglio”; non si stava meglio, si stava diversi, ecco tutto.

odiare le foto di rito.
odiare le foto di rito.

E soprattutto, se cominciassimo a vederla diversamente, cioè se cominciassimo a renderci la vita più semplice capendo che i nostri figli non sono noi in miniatura, che i loro anni non sono i nostri che si ripetono decennio dopo decennio, che le nostre tradizioni possono non essere le loro, forse, SEMPRE forse, tutte le aspettative che noi ci creiamo sin da piccoli potrebbero non distruggerci la vita, perché se un anno il tuo Natale sarà uno schifo, non deve importare più di tanto, perché è solo un giorno, e tu la tua famiglia la devi vedere non solo per un pranzo enorme, ma anche il 7 di aprile, così a caso, vai da tua nonna e le dici “Mi prepari una fettina panata?”;

Non possiamo sempre andare avanti in maniera calendarizzata; io lavoro di domenica? E ho una figlia? Esatto. E ce la faccio, perché poter stare con lei cinque giorni su sette, dieci mesi l’anno in maniera piena e costante invece che durante il week end quando si è stanchi di tutta la settimana, a me piace. E non c’è senso di colpa che tenga.

Quindi, ciao ciao Natale, noi ti vivremo così, molto civilmente, ma sottotono, perché sta tranquillo che non vediamo l’ora di viverci il nostro vero Natale, il nostro gennaio.

La nostra vigilia saranno mostre al Maxxi e concerti all’Auditorium, il nostro pranzo di Natale sarà il primo musical al Brancaccio, e i nostri regali saranno le nostre passeggiate in bici col naso freddo che più freddo non si può.

Ci ricorderemo di te come qualcosa di normale, qualcosa che tutti fanno, che tutti aspettano, e non saprai mai cosa abbiamo in serbo per noi non appena andrai via.

Che anche per voi sia un buon non Natale; vi auguro di trovare sotto l’albero il vostro vero e unico momento con la vostra famiglia.

Di cuore.

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Decorazioni alla porta. quella nostra!
Decorazioni alla porta. quella nostra!

di Elisa Giani