Lavoro prima e dopo un figlio: quasi quasi meglio dopo

(Sottofondo musicale: The Shins – Simple Song)

Voglio partire con una metafora, anzi con un aneddoto che poi diventa metafora, vabbè io scrivo, voi leggete e poi traiamo le nostre conclusioni.

Prontipartenzavia:

Hai una festa, cosa che non ti capitava da tanto tanto tempo, allora cominci a scegliere una settimana prima come e cosa ti metterai, vai dal parrucchiere, il giorno decisivo ti incremi tutta, ti depili pure!
Cominci, prima l’intimo, poi calze, vestito, trucco, accessori, sei partita in quarta, non ti puoi più fermare, sei la regina del mondo, anzi no, dell’universo, di tutte le costellazioni del sistema solare (ma il sistema solare non è una costellazione?! Oddio sono confusa da troppo ego!); gonfia di tutto le guardi, sei sicura e te le infili, le tue nuove scarpe col tacco. Sì, ce la puoi fare, in fondo è un locale, la zona te la sei studiata, non ci sono sanpietrini, né voragini, dai Elisa, sei splendida, vai!

Poi cosa succede? Succede che dal parcheggio al locale c’è ghiaia, buche, radici e che i tuoi tacchi e i tuoi polpacci non ce la faranno mai, ma tu non puoi tornare indietro, non hai le ballerine di scorta, e il posto ha mille scale e tu ti senti male, perché tanto per cominciare ti devi fare 500 metri di percorso ad ostacoli che manco i Marines. Non sei più padrona, ora l’unica cosa a cui pensi è “dio mio quando finirà tutto questo” e prima che si concluderà la festa passerà tanto, ma tanto tempo e tu ora sei imprigionata in 15 cm di puro inferno. E allora ti devi per forza di cose adeguare, mandi giù due shot di tuttoquellochevuoi e ti godi il godibile. E magari scopri che a fine serata ti hanno fatto pure i complimenti per le tue nuove Fly London.

Ecco. Non so se ora la metafora reggerà, ma io, nel momento in cui sono diventata madre, nella sostanza mi sono sentita esattamente così.

Sono diventata madre giovanissima, avevo 24 anni il giorno del parto, e se i primi mesi sono volati mentre cambiavo pannolini e cercavo di dormire 4 ore di seguito, dopo il primo periodo, mi sono scoperta una ragazza di poco meno di un quarto di secolo senza lavoro. Quello precedente era impossibile sostenerlo e quello futuro io proprio non sapevo cosa sarebbe stato! Ero io davanti a un muro gigante con una figlia in braccio; ero io su 12 centimetri di tacco davanti ad un chilometro di sanpietrini senza possibilità di ritorno a casa e senza scarpe di scorta, o per meglio dire senza un piano B.

Fondamentalmente stavo nella merda.

E cosa fa una donna quando sta nella merda? Piange, si mette in tuta, ma poi si rimbocca le maniche, ed è stato un po’ quello che ho fatto nel giro di pochi mesi; ho pianto e messo la tuta, ma in più ho cominciato a prendere un filo e qualche perlina per passare il tempo, poi il filo è diventato molto lungo e le perline sono aumentate, poi filo e perline sono sparite e sono arrivati nuovi materiali, poi sono arrivati i primi negozi, o i primi “clienti”, nuovi contatti, nuovi soci, un laboratorio e mostre mercato; poi le prime chiamate, Alta Roma e ulteriori contatti, poi mi sono girata dopo altri due anni e mi sono resa conto che alla domanda “che fai tu”, finalmente potevo rispondere, “Io?! Io sono un’artigiana, creo accessori a mano e ho in attivo quattro linee base e collaborazioni, e mi puoi trovare a questo laboratorio o a questa mostra mercato”.

I tacchi non facevano più male, la festa ha cominciato a essere divertente, certo devo stare in guardia perché potrei sempre cadere, ma ormai il grosso è fatto, le buche ci sono, ma le posso controllare, so dove sono.

Quando una donna partorisce e diventa mamma è sempre un casino, il 90% di noi è costretta a cambiare lavoro, non tanto perché il precedente è impossibile, quanto perché adesso c’è un’altra persona che chiameremo figlio e volente o nolente ci tiene legate, non si scrolla più; cominciamo a pensare part time di default e ad avere liste di babysitter più lunghe di quelle per l’estetista, navighiamo tra il senso di colpa quando lavoriamo e l’inadeguatezza di quando siamo a casa, procediamo a tentativi, lacrimiamo quando sentiamo dall’altra parte della cornetta un “mamma quando torni” e pensiamo di non farcela. Ma poi, tutte lo sappiamo, alla fine ce la facciamo eccome; non siamo multitasking, abbiamo proprio cappotti al posto delle tasche, dove tutto riesce ad entrare e a trovare anche spazio per la cena o, appunto, per una festa da tacco 12.

Da quando ho Margherita nella mia vita, so chi sono e grazie a 20kg d’amore sono riuscita ad avere un posto nel mondo, non c’è nulla da fare, essere mamma ti cambia certo, cambia cervello, tiroide, cuore e interno coscia, ma ti regala anche tanta forza, che sia per portare a casa l’affitto o solo per riuscire a sentirti brava davanti ai tuoi figli. Essere mamma e lavorare ti fa sentire Superman, Spiderman, Batman e La Cosa insieme; essere mamma e lavorare porta ad una ottimizzazione delle tue scelte a livelli così alti che manco alla Bocconi al corso di super businessman lo insegneranno mai; essere mamma e lavorare è bello. Faticosissimo che aiutatemi a dire faticosissimo, ma bello.

Perché poi quando il figlio ha vent’anni e vi guarda, e vi saluta prima di partire per il suo Erasmus a Londra per un anno, secondo voi chi vorrà guardare? Una donna che gli ha preparato solo pranzi ed è stata a casa a rigonfiare il cuscino del divano subito dopo che ci si alzava, o una donna, la loro Mamma, che è riuscita ad amarlo ma anche a insistere con i propri sogni?

A voi la risposta…

di Elisa Giani