Le meraviglie: Quando un film parla proprio a te e quello che stai vivendo

Avrei dovuto scrivere un post su gli anni novanta.
Avevo ipotizzato di scrivere una lettera alla me stessa tardo-adolescente.
Per la precisione, alla me stessa che studiava per la maturità il pomeriggio del 6 maggio del 1995 pochi minuti prima della telefonata in cui il ragazzo di cui era follemente innamorata le chiedeva di uscire.
Telefonata che sanciva la suamia prima commistione con il genere umano di sesso maschile in maniera irreversibile.
Avrei voluto dare a quella me stessa, vestita con le Air Walk e i pantaloni oversize, consigli importanti farciti di riferimenti tipici dell’epoca.
Poi è successo che sono andata al cinema e ho visto Le Meraviglie, il film di Alice Rohrwacher con Alba Rohrwacher e Monica Bellucci vincitore del Gran premio della giuria al Festival di Cannes.

Le Meraviglie
Le Meraviglie

Premessa:faccio parte di quella categoria di spettatori che dopo aver guardato un film restano per le ore successive alla visione completamente in balia di quello che hanno somatizzato. Caso eclatante è stata la visione dell’ultimo film di Terence Malick che mi è costata una notte di nausea per tutte quelle inquadrature così in movimento.

Seconda premessa: ho la fortuna inestimabile di conoscere personalmente i luoghi e le persone a cui la regista si è ispirata e di aver capito quello a cui in maniera meravigliosamente artistica e non autobiografica si riferisce.

Il film racconta l’estate di quattro sorelle capeggiate da Gelsomina, la primogenita, l’erede del piccolo e strano regno che suo padre ha costruito per proteggere la sua famiglia dal mondo “che sta per finire”. È un’estate straordinaria, in cui le regole che tengono insieme la famiglia si allentano: da una parte l’arrivo nella loro casa di Martin, un ragazzo tedesco in rieducazione, dall’altro l’incursione nel territorio di un concorso televisivo a premi, “Il paese delle meraviglie”…

un momento del film
un momento del film

Quello che ho amato follemente del film e che mi ha fatto soffrire, è questa idea della famiglia forte e chiusa quasi come un microcosmo che vede al di fuori ma rimane sempre impermeabile.
Un alveare di rapporti con regole precise e figure forti, tra cui la meravigliosa Alba Rohrwacher nel ruolo di una mamma selvaggia e sensuale, quasi un mito ancestrale dal sapore gitano.

A costo di essere duro e scomodo, il padre isola le ragazze spronandole all’unità e alla collaborazione per un progetto comune: produrre miele.
E tutto funziona finché le ragazze non entrano in contatto con l’esterno. Qualcosa che si presenta ai loro occhi come meraviglioso.

La meraviglia fuori di casa altro non è che una cosa posticcia, pasoliniana a tratti, ma comunque affascinante.
È un concorso a premi e un ragazzo.
Un ragazzo chiuso ed enigmatico che attira come il miele.

Quello che mi chiedo da madre è: come reagire quando il desiderio di conoscere qualcosa che noi reputiamo sbagliato da parte dei nostri figli diventa prepotente?
Assecondarlo sperando che passi?
Ignorarlo per evitare che il gusto per la ribellione lo amplifichi?
Negarlo?

Cosa dobbiamo fare noi genitori, dobbiamo isolare i nostri figli da tutto quello che li può tentare e offrire un modello educativo sbagliato, globalizzato ma a volte tanto comodo?

Io ho sempre lavorato tanto per stimolare mia figlia e salvaguardarla da tutta una serie di pericoli insiti nel contemporaneo, ma in questo periodo in cui sono più fragile, ho più problemi da risolvere o lavori da portare a termine sto un po’ mollando per comodità.
E allora ecco che crescono esponenzialmente le ore passate davanti alla televisione o che l’iPhone o l’iPad da strumenti di salvataggio occasionale diventano strumenti del mestiere di genitore.
Vedendo questo film ho pensato che forse la salvezza è quella di prendere mia figlia e scappare lontano in un mondo dove ci siamo solo noi e dove io possa insegnarle tante cose stimolanti, imparandole a mia volta.

Quello che a volte mi manca è quel senso della famiglia forte a prescindere, dell’unità di un progetto, dell’annullamento degli elementi in nome di una collettività.
Poi penso che un progetto funziona se ci rappresenta e che la mia famiglia funziona nel momento in cui mi sento di esprimere me stessa nel modo di educare mia figlia. A costo di sbagliare.
Chi viene punto dalle api non soffrirà di reumatismi in vecchiaia, ha detto la regista nel suo discorso di ringraziamento per il premio ricevuto al Festival di Cannes.
Quindi quello che adesso sembra far male, magari in futuro sarà proprio quello che salverà.

E questa è la vera meraviglia.

di Eva Milella