Madri che si fingono sorelle: è giusto mostrare a un figlio le proprie debolezze?

Non ho ricordi di mia madre triste, non l’ho mai vista piangere né arrabbiarsi per qualcosa che non avesse a che fare con me o con mia sorella. Sono sempre stata preservata e cresciuta senza entrare in contatto con il suo dolore o la sua sofferenza. Mia madre ha sofferto, e per cose importanti che con il senno di poi non so come sia riuscita a dissimulare.

Io sono spesso nervosa, triste, inquieta e insicura e mi chiedo se questo passi a mia figlia.

amore incondizionato 2.0
amore incondizionato 2.0

Quanto è importante trattenersi?
Quanto invece è più giusto farsi vedere per quello che si è veramente?

Quanto siamo madri meno brave, meno attente, meno forti quando non ci sentiamo all’altezza?
Quanto abbiamo diritto ad essere ancora un po’ adolescenti davanti ai nostri figli?

Penso a un film che ho molto amato, che affronta questo tema estremizzandolo senza estetismi di sorta.
Il film si chiama “ Sisters”, opera seconda della regista canadese regista Ursula Meier in cui si racconta la storia di Simon, un ragazzino di dodici anni che vive con Louise (quella meraviglia di Léa Seydoux) nella zona industriale del Vallese. Durante la stagione invernale, Simon sale nelle stazioni sciistiche per rubare e rivendere sci e i vari accessori per mantenere se stesso e Louise, ragazza completamente allo sbando.
In una dardenniana atmosfera fatta di protagonisti poveri, che possono programmare il loro futuro al massimo solo fino a dopodomani, in cui la difficoltà sociale è evidente e la piccola criminalità serpeggia, la perdita dei ruoli è sconvolgente: Simon non può essere un bambino perché deve cavarsela come un adulto e Louise non può essere adolescente perché non solo deve fingere d’essere la sorella di Simon, ma deve fare i conti con il suo ruolo di madre.

Madre/sorella-figlio - Una scena del film "Sisters"
Madre/sorella-figlio – Una scena del film "Sisters"

La Meier fa una scelta precisa: quella di raccontare una madre che rifiuta il suo ruolo e preferisce rimanere legata alle sue debolezze e assecondare la sua natura allo sbando senza nemmeno ipotizzare la possibilità di una crescita.

Se chiudiamo gli occhi si potrebbe pensare che il dodicenne sia in realtà più grande della sister maggiore incapace di avere la meglio su suo figlio e priva di veri punti di riferimento e questo crea una sofferenza empatica che raggiunge il suo climax quando si scopre la vera natura del rapporto tra i due: se già soffrivamo nel vederla come sorella, come madre ci suscita pena e quasi rifiuto.

Quello che mi colpisce del film e che mi ha segnato come madre tuttavia è il sentimento opposto che ribadisce che tutto sommato, seppur in condizioni disperate e scomode, un figlio non smette di amare sua madre, di cercarla e di desiderare un suo abbraccio.
E questa forma di amore incondizionato non per quello che siamo ma per quello che visceralmente rappresentiamo a me manda in estasi e fa paura al tempo stesso.
Penso alla depressione post parto,alle madri che non ce la fanno e mi chiedo: è da qui che parte tutto?

Forse è giusto cercare di non imporci come modello di perfezione ma mostrare anche un lato che non ce la fa e che molto spesso si arrende?

Riuscire ad assecondarsi e non sbagliare non ha prezzo.
Per tutto il resto sono ottanta euro l’ora.

prove di leggerezza
prove di leggerezza

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di Eva Milella