Madri radical chic al cinema: come vedere il male anche nei pinguini di Madagascar

Vorrei essere una di quelle madri che piazzano bambini inermi davanti ai cartoni animati.

Vorrei esserlo stata soprattutto ieri quando, complici poche ore di sonno e una vodka quasi a colazione, avevo deciso di portare mia figlia al cinema e fare un sonnellino ristoratore.

La scelta del film faceva presagire un paio d’ore rilassanti e divertenti: I pinguini di Magadascar, ma purtroppo sono una mamma radical chic, una di quelle che vede il male ovunque e fa dietrologia sulla qualsiasi.
Una persona tanto carina per certi versi, ma tanto fissata su cose assurde per altre.

che cariiiiiiiini
che cariiiiiiiini

Mentre il film prendeva corpo io, invece di dormire beatamente come la metà dei genitori in sala faceva, mi inerpicavo in una serie di riflessioni che mi sento di condividere con voi.

Prima di tutto ho riflettuto sulla velocità assurda di questi film e sul fatto che abituano i bambini a seguire storie che non hanno alcun tipo di pausa interiorizzante e riflessiva.

Non c’è modo di elaborare e di sublimare nulla, sono solo torturati da immagini e battute di cui tra l’altro colgono un terzo.
Quello che ho notato è che questi film sono costruiti per i genitori che li accompagnano e che pagano il biglietto, i rimandi sono per gli adulti e solo una battuta su otto è settata per i piccoli spettatori che, tra qualcosa che capiscono e l’altra, subiscono buoni sette minuti di cose che non colgono.
È come per un adulto vedere un film in polacco intervallato ogni tanto con qualche battuta in italiano.
Un papà con cui discutevo di questo mi ha fatto notare che questi cartoni hanno lo stesso ritmo dei videogiochi e questo non mi ha certo messo l’anima in pace.

Perché mia figlia dovrebbe ritrovarsi in un videogioco senza averlo scelto espressamente?

Questa estate siamo stati tutti vittime di “bimbo-che-corre” ovvero Subway Surf, un gioco scaricabile su iPhone e iPad che ha fatto impazzire i bambini.

"bimbo-che-corre"
"bimbo-che-corre"

Un gioco di una facilità abberrante in cui tutto quello che c’è da fare è saltare e che, proprio per il suo essere così basico, ipnotizza tutti i bambini.
Quello che a mia figlia piace più di tutto è che alla fine compare una graduatoria di tutti i miei amici Facebook che giocano a sto benedetto giochino e giura di non darsi pace finché non supererà un paio di individui che proprio non digerisce siano superiori a lei in graduatoria.
E questo mi sembra abbastanza sano e social.

Ma perché subire invece due ore di stress umoristico? Perche guardare qualcosa che ha l’ansia di farti ridere?

Seconda considerazione.
E qui scatta lo spoiler quindi se volete andarlo a vedere non leggete.

Tutto il film gira intorno a ‘sto benedetto tema della bellezza.
Una povera piovra era l’attrazione dei parchi tematici finché non arrivavano dei deliziosi pinguini a rovinarle la piazza facendola sentire brutta e non considerata.
Al grido di “che cariiiiiiiini”, i pinguini riscuotevano un successo strepitoso mentre la povera piovra veniva declassata fino a diventare arredamento per toilette.

Questo ha creato un rancore che, inesorabile ha lavorato in lei per anni finché, messi i panni di un ricercatore genetico, non è riuscita a creare un fluido che possa zombizzare i pinguini.

Quindi: se sei brutto e nessuno ti dà attenzioni, questo crea in te rancore e diventi cattivo.

A me sinceramente sembra un concetto allucinante, una totale diseducazione alla diversità.

Mi spiego. Invece di insegnare che qualora tu ti senta diverso devi lottare per avere comunque un identificazione con te stesso fino ad amarti, la morale qui proposta è che se ti senti diverso devi distruggere chi ti è meglio di te.
La piovra non ha alcuna redenzione, rimane vittima della sua convinzione e a parte dalla sua cattiveria non capiamo in nessun modo perché è sbagliato il suo ragionamento.

Quando la piovra riesce temporaneamente a trasformare i pinguini in zombie, gli esseri umani li ripudiano e cercano di metterli in una specie di aspiratore.
Nessuno li accetta e loro per primi si sentono orrendi e nessuno ti fa capire che l’aspetto fisico non è poi così importante, anzi, tutto fa leva sul disagio della bruttezza.

Io sono ossessionata dalla bellezza e dal mio aspetto fisico, quindi non sono la persona migliore per parlare di queste cose, anzi forse sono l’esempio di come anni e anni di studio e di riflessioni non servono a un granché ma rimane il fatto che non sono riuscita a rilassarmi.

Eva.
Eva.

Ultima cosa delle mie: l’unico personaggio femminile del film è una civetta di nome Eva che altro non fa che sbattere gli occhioni per tutto il film.
Il materiale è talmente irrisorio che evito di fare una polemica femminista.
Del resto è Natale anche per noi polemici.

di Eva Milella