Mamme e App: Quando "I" diventa il prefisso giusto anche per la parola mamma

L’altro giorno ho capito che era finita un’era: mia figlia ha imparato a leggere le mie chat.
Ha quasi sei anni e ha imparato a leggere misteriosamente. Né io ne le sue maestre siamo complici della sua scoperta. Io pensavo di dedicarmi questa estate con una serie di giochi intelligenti coniati appositamente per lei ma qualcosa mi ha preceduto.

Questo qualcosa che ha sostituito me, ovvero la mamma impegnata dal giorno in cui è nata a costruire ossessivamente una cultura di tutto rispetto e a formare una coscienza intellettuale capace di sostenere un percorso di crescita stimolato da contenuti adatti alla sua età, è il suo tablet.

Orrore! Orrore ! Orrore! – Grida il mio cuore di tenebra.

Tu, oggetto freddo e inutile, hai compromesso la mia figura materna piena di spocchia e hai messo in discussione l’unica certezza di una laureata in lettere: la predisposizione all’insegnamento.

Ti odio.

Ma se faccio una speculare riflessione e ribalto su di me la cosa osservando la mia giornata penso: quanto è cambiata la mia vita da quando uno smartphone mi assiste?

Posso proprio definirmi una in grado di scagliare la prima pietra?
Mi alzo la mattina e per capire che tempo che fa, apro sì la finestra ma non quella di vetro, quella di Meteo.it, la prima luce che vedo è il led dell’applicazione torcia e per tutto il giorno un susseguirsi di piccoli aiuti ormai fondamentali mi assiste.
Se devo prendere un autobus, ho la mia super applicazione che mi indica i tempi di percorrenza e le pause tra un mezzo e l’altro sono organizzate in base a quello che devo fare e dai servizi disponibili nel raggio di pochi metri dal luogo dell’attesa.

Sono una mamma geek, una iMamma o forse solo un caso patologico?

una mela al giorno...
una mela al giorno…

Ieri ho fatto un gioco: ho iniziato ad osservare le persone che camminavano per strada per cercare di capire quante di loro avessero un problema di dipendenza da smartphone.

Dopo un pomeriggio zavattiniano ho impresse nella mia mente, stampate come foto da condividere su Instagram, delle istanee inquietanti.

– Una coppia di giovani fidanzati o forse sposi mano nella mano che passeggiano guardando qualche vetrina intenti a parlare al loro telefonino contemporaneamente.

– Due ragazzine, quattordici anni o meno, con uno smartphone, intente a postare la loro ultima foto su facebook

– Un ragazzo sull’autobus che con il suo telefonino ascolta musica (di dubbia qualità) ad alto volume, incurante delle altre persone mentre un amico lo riprende con il tablet (questa vale doppio)

– Due genitori in un parco giochi accompagnano i loro figli sull’altalena, si mettono in disparte e in un nanosecondo sono già in un’altra dimensione (lui controlla la posta e lei è al telefono con un’amica) mentre i due fratellini cercano di attirare la loro attenzione.

Che cosa ci sta succedendo?

"condividere" bei momenti
"condividere" bei momenti

Per una volta non voglio parlare di figli ma di noi adulti, quanto tutto questo ci distrae e ci rende terribilmente maleducati?
Quante cene a lume di smartphone facciamo? Quante volte lo schermo del nostro telefono ci impedisce di vedere lo sguardo di nostro figlio?

Io da oggi faccio una promessa: cerco di guardare il cielo invece di cliccarlo con un dito.

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di Eva Milella