Odio l'estate e le (S.O.S) tate

È aprile e sono nella mia cucina. Mia figlia ha appena fatto colazione e ora disegna mentre io leggo l’inserto culturale del Sole24ore (questo dovrebe connotare ai più che è domenica).
In sottofondo Porgy and Bess di Miles Davis.

“Che facciamo oggi amore?”

“Andiamo a vedere una mostra, mamma?”

“Non prima di aver fatto un brunch!”

Inizia così la domenica di una madre e una figlia radical chic.
Il momento più alto della settimana, che suggella un’educazione basata sulla curiosità, su gli interessi, sul condividere le cose con gli amichetti che ci vengono a trovare nella nostra enorme, decadente e pericolossisima casa del centro storico.

Un paio di mesi così e poi gli interessi si trasformano, non più mostre ma un pomeriggio di giochi acquatici al circolo della nonna nella Roma bene dove, vestite di san gallo varie Lavinia e Domitilla stanno facendo merenda scortate da tate filippine premurose a pagamento.

Tutto perfetto, la sensazione di essere decisamente sopra la media e di vivere nel migliore dei mondi possibili.

Una delle tue sere perfette, dopo aver letto un libro di Rodari a tua figlia che si è addormentata ponendoti uno dei suoi buffi quesiti esistenziali, accendi la televisione e, dato che il tuo documentario su Sky Arte su Anish Kapoor ancora non è iniziato, inizi a fare zapping e incappi in quelle donne con la cappa.
Le orrende tate di sos tata.

Le disprezzi, educatrici posticce che al suon di un allarme vengono mandate al confino a salvare famiglie disperate che mangiano con la televisione accesa e i piatti di carta a colpi di ovvieta’.
“Quando si mangia la televisione si spegne!”
Che volgarità!
“I bambini non devono dormire con i genitori!”
Che trivialità!

La rotondetta brizzolata prepara le sue valigie: è il suo turno.

Viene mandata in qualche paese sperduto del nord est ad insegnare le buone maniere.

Sadicamente lo guardi tutto, ridendo di gusto come se fosse una comica di Buster Keaton, mentre con la mano cerchi la boccetta dei fiori di Bach perché, per un secondo, hai come un un presagio.

Tre mesi dopo.
Devi lavorare e hai lasciato tua figlia nella casa natia nel Sud Italia circondata da persone colte, intelligenti e sensibili.
Con il cuore in gola, sei sul treno che ti riporterà (finalmente?) da lei.
Pensi a tutte le cose che vorresti dirle, a tutti gli imput che vorresti darle, alle parole che hai segnato sul quaderno che vuoi insegnarle al più presto…

Ma al tuo arrivo, una visione nefasta ti attende.

La bambina radical chic che hai lasciato è diventata molto radical.
Dismessi gli scamiciati di Bon Ton che le avevi tatuato, si aggira per la casa con capello privo di ferretti e mutanda in perfetto stile Mowgli, urlando frasi sconnesse con un piglio affine al tribale.

Che fine ha fatto tua figlia?

Si è trasformata in una bambina viziata…

Siede a capotavola, ordina da mangiare solo quello che dice lei, sbatte i pugni sul tavolo e soprattutto: ti odia.

Eccoti qui, catapultata a Conegliano Veneto nella casa di quei poveretti che avevano chiamato la tata e il tuo servizio di piatti dipinti a mano si trasforma nei piatti di carta della tavolata di quegli indisciplinati.

Sei come loro, hai un figlio come il loro.

Hai sabaglaito come loro.

Solo che tu non puoi chiamare l’orrenda tata con la cappa, tu devi mantenere il tuo status e lavorare sodo i prossimi anni per spedire tuo figlio a finire il liceo in un collegio svizzero.

E ripensi a quel film di Lelouch in cui Trintignant e Anouk Aimée si conoscono in quanto genitori di due figli compagni di collegio e si innamorano.

E ritrovi, per un istante, il tuo mood radical chic…
Giusto un attimo, il tempo che tua figlia ti porti una bustina piena di elastici colorati.
Un ultimo duro colpo da sopportare: fa anche cose che vanno di moda.

di Eva Milella