Donne che corrono coi pupi (che prima correvano coi lupi)

Giornata piovosa di fine gennaio.
Mentre ero in pausa pranzo seduta su uno sgabello in una pizzeria a taglio a meditare su come farò a sopravvivere al prossimo mese che sembra sarà all’insegna dell’una-e-trina, andava in onda il telegiornale. Di sfuggita una notizia è entrata nel flusso dei miei pensieri. Un’altra donna è fuggita di casa e ha lasciato i figli e il marito, senza spiegazioni. I parenti intervistati continuavano a ripetere che era una persona normale e si chiedevano esterrefatti come avrebbe fatto a sopravvivere senza i suoi bambini.

Ci hanno abituato a pensare che il sentimento materno sia qualcosa a prescindere, un dogma inconfutabile, l’unico che non tradisce mai. Il mancato confronto con il maschile e il credere onnipotente la figura femminile ha provocato una rottura del dialogo che ha generato lo stato delle cose che viviamo.

Quando smetteremo di sentirci le uniche in grado di capire i nostri figli?

Quando riusciremo ad ammettere che non ce la facciamo non perché ci manca qualcosa ma perché è giusto in certi casi non farcela?

Quanto dovremmo correre ancora con i lupi prima di iniziare a pensare a un dialogo costruttivo con l’altra parte del letto?

L’amore materno e quello paterno sono realtà che esistono solo se esistono realmente, non sono scontati, e rappresentano comunque espressione di esseri umani che, in quanto tali, sbagliano, non sono perfetti e hanno i loro problemi. Volere a tutti i costi imporre un’immagine angelica della madre è molto pericoloso. Le madri sono spesso stanche, annoiate, rabbiose e hanno voglia di scappare di casa.
Io perlomeno sono così e non mi vergogno di dirlo.

Sono schiava dei miei ormoni che nonostante le scoperte scientifiche continuano a decidere il mio umore e che minano la sicurezza che mi sono costruita come l’acqua cheta che rovina i ponti.

D’altra parte uomini giocherelloni che non impongono la disciplina e lasciano a noi questo duro compito ci danno una veste che non abbiamo chiesto di indossare e lo chiedono non in modalità richiedente ma in modalità sottraente (semplicemente se non lo fai tu, nessuno lo farà e sarà anarchia!).

La caduta dell’idealizzazione del rapporto uomo-donna nel nuovo ruolo di genitori provoca lo sconforto nella maggior parte dei casi, nessuno si aspettava che fosse così dura ma quello che mi chiedo (e che vi chiedo) è, se qualcuno resiste, come resiste? Qual è il quid che manda avanti l’equilibrio?

E dove va a finire la nostra rabbia se non possiamo esercitarla mai davanti ai nostri figli?
Chi ci contiene?
E soprattutto: se ne esce vivi?

Attenzione: questo post è stato scritto nel fottutissimo periodo pre-mestruale.

di Eva Milella