Tutti in Piazza; San Cosimato mon amour

Ieri ero triste.

Non di quelle tristezze passeggere “Sarà che piove”: non pioveva

Non di quelle ormonali “Saranno quei giorni”:non lo erano

Non di quelle “Sarà un calo di zuccheri”: avevo mangiato un piatto di frappe.

Una tristezza vera e profonda di quelle “Che ne sarà di me”, che ultimamente mi prende spesso.

A parte voler trovare nuove spalle su cui piangere, lo scopo di questo post era raccontarvi come quella tristezza l’ho superata.

E’ bastato un pomeriggio nel mio posto preferito: San cosimato.

Per chi non è romano o per la precisione trasteverino spiego cos’è.

Un’area gioco recintata.

Tutto qui?
Bè, si praticamente si.
In realtà è molto di più.

Migliaia di bambini chiusi nella sicurissima cancellata in una dinamica che ricorda vagamente leoni e gladiatori al Colosseo.
Una selezione naturale dove solo i più forti riusciranno a imporre il verso giusto per fare la trave tremula.
Bambine con il piglio delle Destininy’s child nel video di “Survivor” regine incontrastate della giostra, mamme che perdono figli che trovano tate che hanno perso figli altrui, Matilde che fa lo scivolo al contrario scatenando le mie, finte, ire (è divertentissimo ma non glielo posso dire)…

Sommando tutta questa energia si avrebbe una reazione simile al Big Bang, ma nel cuore di Trastevere.

Detta così neanche ha molto appeal mi rendo conto.

Il punto è che come tutti i posti dove sto bene non è tanto la collocazione o l’estetica del luogo a decretare il mio stato di beatitudine ma è la varietà umana che vi si avvicenda.

Ogni pomeriggio delle mamme e dei papà (perchè qui udite udite, ce ne sono degli esemplari e alcuni, vi dirò, pure bellocci), si riuniscono per far giocare i propri figi e, sarà il quartiere, sarà l’età dei genitori leggermente più bassa della media, sarà l’alto tasso di componente straniera… succede sempre qualcosa di speciale.

Come per esempio ieri che ero triste ( lo so l’ho già detto ma quando sono triste la mia emozione deve essere pandemica) e in un attimo dal fissarmi sulle cose su una panchina da sola al riparo del mio smartphone , sono finita a prendere un aperitivo con le mie amche mamme alla vineria di fronte dove, comodamente sedute al tavolino possiamo guardare i nostri bambini giocare e far concidere esattamente la nostra ora d’aria con la loro per poi tornare a casa e raccontarci quello che ci siamo dette con i nostri rispettivi amici (okay, non proprio tutto).

io in vineria in estate:nirvana.
io in vineria in estate:nirvana.

In un mondo dove l’unico modo per comunicare sembra essere quello di cinguettare su una tastiera, la piazza diventa il luogo dove tante novelle ipazie ritrovano il loro modo di relazionare.

Anche se scriviamo blog, condividiamo emozioni su qualsiasi piattaforma, cuciniamo l’uovo al tegamino guardando un tutorial…
continuiamo a uscire di casa e a guardarci negli occhi perchè se vogliamo insegnare ai nostri figli a relazionare è da noi stesse che conviene ripartire!


Mia figlia fa la mia imitazione: apre la mano davanti alla faccia e ci parla.
Come a simulare l’infinito tempo che passo davanti al cellulare. Anche quando sto con lei. E io sono una che due libri in croce li legge, che un quotidiano almeno al giorno lo sfoglia e che ho un’istruzionemedio alta. Ma nonostante questo quell’oggetto mi ipnotizza e rapisce.

Finchè non trovo delle persone vere con cui condividere delle chiacchiere in un posto che mi accoglie e che mi fa dimenticare di tutto.

E mi passa la tristezza.

E trovo quattro chiamate non risposte.

E chissenefrega.

di Eva Milella