Zero Calcare deve vincere lo Strega. Il fumetto visto da una (mala)mamma

Io mi ricordo le mattonelle blu. Il tavolo bianco. Le sedie strette che non ci entravi manco se ti chiamavi scrocchiazzeppe e poi che con il dito ripulivo l’impasto che mia nonna preparava il mercoledì perché non giocava a bridge con le sue amiche e quindi si annoiava.
Poi il mercoledì era magico anche perché il marito di mia nonna, nonnone, portava fuori il suo cappello di panno scozzese per andarmi a comprare Topolino.
A me piaceva Topolino.

In realtà l’80% di quello che facevo con Topolino era guardare le figure e poi mi piaceva vedere la pubblicità delle nuove Barbie. E mi piaceva anche perché insieme alla settimana enigmistica al bagno ci poteva stare solo lui. Neanche le riviste di moda di mia madre potevano entrare. Era un orgoglio generazionale per me quel fumetto.
Con Topolino potevo fare che la borsetta con cui uscivo diventava più pesante e io mi sentivo più grande per ogni sua pagina.

Il fumetto.

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Zero Calcare

Il mio amato fumetto.

Ne sono passati altri di fumetti nella mia vita, da Minnie (spin_off femminile) a Dylan Dog. Mi sono divertita. Mi piaceva. Era la gestualità che ti regalava ad essere preziosa.

Lo andavi a comprare già con i soldi in mano, con il sorriso e gli occhi che ti brillavano. Sapevi che lo avresti letto quel giorno, tutto quel giorno. Che non avresti fatto altro. Entrava perfettamente nello zaino, dietro il libro di storia, nella tasca larga di quel cappotto assolutamente fuori moda, ma almeno funzionale.

Giravi le pagine con facilità, non c’è bisogno di rileggere la riga sei volte, stai sempre sul pezzo con il tuo fumetto, come sentire chiacchierare con linee e pennelli. E poi si piange e si ride tantissimo con qualsiasi tavola. E poi ogni storia, ogni autore lo sistemi per un preciso momento della tua vita.

Tex: le domenica di pioggia dallo zio coscientemente metal.

Rat-Man: treno Roma Orbetello. Perfetto nella durata.

Poi non so cosa (mi) è successo.

La gente cresce, la gente provoca e tu rispondi. E per un periodo se non leggevi unicamente libri di 800 pagine e non occupavi la tua università in ottobre non eri nessuno.

Intorno alla fine degli anni ’90, inizi 2000 c’era un’atmosfera strana, tutto stava cambiando e noi ovviamente ci siamo ritrovati in mezzo. Siamo un po’ la generazione nata con il gettone, cresciuta collezionando tessere telefoniche, diventata adulta creando progetti con un telefono prima mediocremente solo tale, poi trasformato nel nostro terzo braccio, se non occhio.

Abbiamo saltato qualcosa, ho saltato qualcosa. Perché adesso improvvisamente ho 30 anni e il fumetto in se potrò leggerlo ancora? Troppo vecchia? No? forse no. Ok si. Ok. Peccato.

Poi non so cosa (mi) è successo.

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Zero Calcare

Ho incontrato la cosa più vicina alla serenità. E questa cosa più vicina alla serenità mi presenta Zero Calcare.

E io comincio a (ri)leggere tutto di Zero Calcare. E le cose un po’ sono cambiate, e me ne accorgo, perché le strisce brevi non me le posso più mettere in tasca: primo perché non ho più quel cappotto, secondo perché le sue tavole escono on line sul suo blog.

E va bene.

Poi perché lui non fa le cose delle edicole che si chiamano tascabili. Lui disegna per firmare libri.

Michele è giovane, ha sempre una felpa e le prime volte che la cosa più vicina alla serenità mi accompagnava ad ascoltare le sue interviste, a stento parlava.

Mi incuriosiva. Come può un tizio che tartaglia e scrivere fumetti, avere il mio seguito.

Perché semplicemente sì.

Poi la mia serenità per un po’ è fuggita via e sono entrate tante lacrime. E l’unica cosa, l’unico primo modo per rimetterci le mani, è stato grazie a un suo libro.

Non voglio fare una rassegna stampa sui testi di Michele, né giudizi. Ma Zero Calcare merita esattamente di stare dentro la cinquina per il premio Strega. Lo voglio urlare in quanto mamma, anche perché sono solo questo.

Rende la storia perfettamente comunicabile con il tuo Se, Io, SuperIo, SuperMe, SuperSoTuttoIo, sempre, in qualsiasi tavola.

Ti dà la voglia di avere un figlio Nerd, magro con la scatola di merendine mezza vuota accanto al computer e non avere paura di avere dentro casa un pazzo omicida psicolabile.

Perché è proprio questo che Zero Calcare a noi genitori sta comunicando e lo fa con grandissima forza e umiltà.

Soprattutto per noi genitori di figlie femmine; non serve arrivare a 30 anni con la laurea la specializzazione in neuropsicolopatia neurospaziale. Bisogna arrivare con una sola cosa.

La sensibilità.

Puoi anche crederci poco, ma se trattieni la tua sensibilità, regali sempre qualcosa. E da dentro la tua stanza farai uscire e regalare quegli odori che forse non si sentivano da un po’ di tempo.

Zero Calcare non dovrebbe vincere lo Strega solo perché ha creato una perfetta commistione di autobiografia, fantasia e ritmo.
No.

Dovrebbe vincere perché ha ribaltato un concetto molto semplice. L’ovvio non è l’immediato. Il fumetto non è una linea diretta solo per pochi, ma è narrazione, è il possibile, è libertà di avvalangarti una serie di informazioni culturali e sociali che un genitore da solo, senza questi strumenti, come il fumetto, non riuscirebbe mai a regalare al figlio da solo.

Michele, con la sua felpetta grigia, i suoi cioè, le sue microfonate involontarie sui denti, ha portato genitori a tornare bambini e bambini a sentirsi un po’ grandi come genitori.

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Zero Calcare

La potenza che un libro di fumetti può avere all’interno di una famiglia è enorme.

Pensateci bene: un oggetto che viene utilizzato, toccato, guardato e condiviso singolarmente, ma insieme viene letto e discusso, viene nominato in ufficio come nel campetto a ricreazione.

È questa la natura del fumetto.

E’ questo il motivo di uno Strega.

Scemi se non lo fate.

di Elisa Giani