Sotto il casco con Tiziana Lo Porto

Si è parlato tanto della Tiziana professionista: giornalista, traduttrice, studiosa, attiva anche sul fronte teatrale… ma la donna che c’è dietro a tutto ciò chi è?

E da quando c’è una differenza tra le due? Passiamo così tanto tempo a fare il mestiere che facciamo, ci ragioniamo intorno anche quando non lavoriamo, ce lo sogniamo, che è impossibile pensarci separati.

Fare della cultura la propria esistenza significa sposare un ritmo di vita tendenzialmente riposante, l’alimentazione dell’anima diventa una priorità, ma tutto ciò è in estrema contraddizione con il nostro vivere quotidiano, tutt’altro che accomodante. Secondo te qual è la chiave per collocarsi nella nostra epoca?

Io non credo che in questo, nel tentativo di fare della cultura la nostra vita quotidiana, ci siano epoche difficili ed epoche facili. Anzi, come donna forse oggi è molto più facile che cento anni fa. Collocarsi nella nostra epoca non deve essere visto come una penalità. Come in ogni cosa nella vita, basta prendere il buono e scartare quello che non ci convince.

Ho letto un tuo reportage che mi ha incuriosito moltissimo, si intitolava “L’arte non è democratica, ma il talento può essere di tutti”, il talento può davvero essere di tutti?

Certo. Bisogna assecondarsi, cominciare a farlo già da bambini, se siamo veramente convinti di sapere fare una cosa non ascoltare chi ci dice che non siamo capaci. E poi il resto viene da sé.

Nel corso della tua visita in questa città (Portland) unica per quello che hai raccontato, dove tutto e tutti sono legati alla lettura e alla scrittura, ti avvicini al metodo Dangerous Writing, come si fa a scrivere pericolosamente? Qual è il filtro da eliminare?

Non mettendosi da parte, tirando dentro tutto quello che siamo, esperienze traumatiche o paure che siano. Mettersi in gioco, sia nel contenuto che nella forma. Il filtro da eliminare è il consenso degli altri: smettete di cercare il consenso degli altri. Non porta mai a niente di buono. Diceva Gertrude Stein: scrivo per me stessa e per gli sconosciuti.

Leggendoti ho sempre l’impressione che in te ci sia, seppur non conclamata, una ricerca, passami il termine, dell’autentico e riesci a trovarlo: dove scovarlo?

L’autenticità, la nostra, ce l’abbiamo sempre davanti. Ognuno lo sa quando è autentico e quando no. Bisogna solo agire di conseguenza, decidere di essere autentici.

So che sei amante delle musica rock, una groupie dei giorni nostri, ahahahah! Regalaci un felice binomio: un libro e una canzone.

Baby’s in Black dei Beatles, e il meraviglioso libro omonimo a fumetti di Arne Bellstorf pubblicato in Italia da Black Velvet.

A proposito di libri a fumetti, la graphic novel non è esattamente la stessa cosa, ma a che fare con la tua ultima “creazione”: Superzelda. E’ un libro che ripercorre la vita di Zelda Sayre (moglie dello scrittore Francis Scott Fitzgerald), ma attraverso la graphic novel. Parlami di questa scelta, perché un graphic novel?
Una graphic novel perché paradossalmente i disegni riescono a raccontare una biografia in modo più realistico. Trasformano la parola scritta in documentario. E in questo il disegnatore e coautore di Superzelda, Daniele Marotta, è stato bravissimo, documentandosi e riproducendo in forma di fumetto case, interni, macchine, vestiti così per com’erano nella realtà.

E poi perché hai scelto proprio lei, c’è qualcosa di Zelda in te?

Zelda era talmente intelligente, fascinosa e brillante che spero di sì, di somigliarle. Adoravo Zelda già prima di iniziare a lavorare alla sua storia, e l’ho scelta probabilmente anche perché ci vedevo qualcosa di mio. Poi, dopo tutto il lavoro di documentazione e scrittura fatto su di lei, ho imparato un sacco di cose da lei (oltre che su di lei), per cui adesso mi capita, nelle situazioni complicate, di pensare: e adesso Zelda cosa farebbe? Poi agisco di conseguenza.

Non posso terminare questa intervista senza nominare il teatro. Vorrei che mi esprimessi a parole l’emotività del teatro, una chicca per le lettrici di bigodino.it: sono sicura che apprezzeranno.
Ho lavorato con Mimmo Cuticchio e con l’opera dei pupi per tre anni, e le cose più importanti sulla creatività, l’arte, l’immaginazione le ho imparate lì. E’ stata la mia educazione sentimentale. Ecco, credo che il teatro sia anche questo, un luogo dove è ancora possibile avere un’educazione sentimentale.

di Carlotta Di Falco