#Twerkumentary, il documentario su un fenomeno virale

Diana Manfredi in arte Spaghetto - foto di Josh Zucker
Diana Manfredi in arte Spaghetto – foto di Josh Zucker

Per twerking si intende quel movimento di fianchi (generalmente fatto da donne) che agitati su e giù velocemente, creano un tremolio sulle natiche.
Ma il twerking è molto di più, una pratica dalle origini antiche, oggi fenomeno di massa che i social hanno reso virale, mentre star internazionali del calibro di Miley Cyrus e Jennifer Lopez hanno reso spettacolare.
Proprio su questo fenomeno Diana Manfredi, in arte Spaghetto, una regista italiana trasferita a Los Angeles, ha deciso di fare un documentario, ecco cosa ci ha raccontato.

Ciao Diana, o meglio, Spaghetto, come è nata l’idea di girare un documentario sul twerking?
Ciao. Vivo in California da diversi anni oramai e lavoro nella musica come regista di video musicali, quindi ho vissuto in primis lo sviluppo della scena twerking a Los Angeles. Mi affascina indagare su come fenomeni legati specificatamente a un certo gruppo di persone si possano diffondere su scala mondiale e come questa internazionalizzazione può alla fine cambiare il fenomeno stesso trasformandolo in qualcosa di diverso da quello di partenza. Il twerking è uno di questi fenomeni.

Ho sempre pensato che il twerking fosse una pratica legata al reggaeton, in realtà si può ritrovare in molti altri stili come la dancehall. Qual è la sua vera origine?
C’è una danza della Costa D’Avorio che si chiama Mapuoka che è praticamente come il twerking ed è molto antica. La dancehall è sicuramente piena di mosse sensuali e incentrate sul movimento del bacino, ma sono diverse dal twerking. Nel twerking muovi solo il sedere e viene meglio se fatto da soli, non è una danza in cui la donna si struscia sull’uomo.

Il tuo progetto dimostrerà come un fenomeno apparentemente di nicchia sia in realtà molto più diffuso di quanto si pensi, di cosa stiamo parlando?

Il twerking non è più un fenomeno culturale di nicchia, ha invaso ogni campo della musica e dello show business in tutto il mondo. È incluso in coreografie di ballo in Russia, ci sono corsi di twerking in palestre di tutto il mondo dove chiunque dalle liceali alle casalinghe vanno per rassodarsi, divertirsi con le amiche e sentirsi più sexy, lo fanno in Giappone, Australia, presentatori in TV in prima serata… è ovunque.


I social possono avere un effetto devastante, come hanno giocato nel caso del twerking?

YouTube è stato decisamente il mezzo che ha diffuso il twerking su scala mondiale, basta che cerchi la parola twerk su youtube e trovi milioni di video amatoriali di twerkatori da camera da letto o salotto. Uomini, donne, bambini, cani, c’è di tutto. L’hashtag #twerk è stato insieme a #selfie, il più usato nel 2013 su Twitter e questo ha permesso addirittura che la parola venisse inserita nell’Oxford Dictionary.

Aldilà di quest’iniziativa che mi ha incuriosito moltissimo, sono rimasta piacevolmente colpita dalla tua storia professionale. Per una donna italiana riuscire a farsi riconoscere professionalmente (soprattutto in questo ambito) a Los Angeles non è all’ordine del giorno, qual è la chiave di volta?
Non lo so, io non mi sono mai sentita diversa per il fatto di essere una donna. Ho sempre fatto quello che volevo fare indipendentemente dal fatto che era una cosa da donna o meno. In Italia facevo video di skate, decisamente non un campo femminile. A Los Angeles avevo amici di colore che erano in gruppi rap e ho iniziato a girare dei video per loro. Quei video hanno avuto mezzo milione di views e da lì artisti più grossi ed etichette discografiche hanno iniziato a contattarmi. I miei video sono finiti su MTV, World Star Hip Hop, Complex, Vice, Rolling Stones, anche Vanity Fair. Sta andando bene. Non lo so qual è la chiave di svolta… forse trovare il proprio stile ed essere originali, e viaggiare e restare curiosi.

Come nasce il nome d’arte “Spaghetto”?

Deriva da SpaghettoChild, la crew di amici artisti e skateboarders di cui facevo parte a Milano. Ho iniziato a fare video in quegli anni, il mio primo documentario “Skaterz” era sui miei amici skaters e poi montavo i video di SpaghettoChild. Per promuovere la crew mettevo sempre nei miei video, anche quelli slegati dallo skate, “prodotto da SpaghettoChild”. Quando mi sono trasferita in America ho fondato la Spaghetto Productions che non ha piu a che fare con SpaghettoChild ma ho mantenuto il nome perché le mie radici come filmmaker vengono dall’esperienza di SpaghettoChild. Inoltre ho da tipo 10 anni una cintura di quelle fatte su misura con le lettere che dice SPAGHETTO e si nota non poco, quindi tutti qui in America hanno iniziato a chiamarmi Spaghetto ed è rimasto così 🙂

Spaghetto a Los Angeles durante le riprese del #twerkumentary - foto di Gianfilippo De Rossi
Spaghetto a Los Angeles durante le riprese del #twerkumentary – foto di Gianfilippo De Rossi

Tu ti muovi prettamente nel mondo underground, cosa c’è lì che non si trova altrove?

Lì c’è quello che gli artisti/labels/brands coi soldi copiano. Tutto quello che arriva su scala mainstream non è stato inventato lì, arriva da scene underground. Quando i fenomeni diventano trends conosciuti globalmente, arrivano agli occhi della gente già filtrati, cambiati, spogliati della loro vera essenza. Se vuoi veramente vivere una situazione devi andare dove nasce spontanea per motivi culturali e sociali, non di business.

Tornando al tuo twerkumentary, quando avremo il piacere di vederlo e come?

Lo sto ancora finendo di girare, uscirà tra circa 6 mesi. Per finanziare il documentario abbiamo iniziato una campagna di crowdfunding su Indiegogo. Si può aiutare con una donazione e si ricevono degli omaggi in cambio.

In oltre a Milano il 23 Luglio abbiamo organizzato con i ragazzi di FunMob il primo flash mob dedicato al twerking!
Mantengo un po’ di mistero ma dico solo che coinvolgerà anche un noto personaggio televisivo!
Per trovare tutte le informazioni e partecipare potete iscrivevi su funmob.com. Spero di vedervi lì!

Ci saremo sicuramente,
grazie Diana, in bocca al lupo!!

di Carlotta Di Falco