Intimacy: vietato ai deboli di cuore!

Qualche mese fa ti parlavo di un abito che sembrava provenire dal futuro. Ci risiamo.
Ancora una volta fa capolino sulla rete un vestito fantascientificamente tecnologico. La sua patria d’origine è di nuovo l’Olanda, anche se questa volta gli ideatori appartengono allo Studio Roosegarde (in collaborazione con Maartje Dijstra e Anouk Wipprecht), laboratorio tecno-artistico di Rotterdam capace di creare design interattivi che “esplorano la relazione dinamica tra spazio, persone e tecnologia” (questo il loro biglietto da visita).

Intimacy 2.0
Intimacy 2.0

L'intimità formato tecnologico

Il progetto in questione si chiama Intimacy. Un nome, un programma. Intimacy è infatti una linea di abiti capaci di diventare trasparenti all’aumentare della temperatura e del battito cardiaco dell’indossatrice, creando il nude look più adatto alle situazioni più piccanti (e perfetto sia per la più timida e impacciata che per la più intraprendente). Scherzi a parte, sebbene l’utilizzo di questo particolare capo sia molto improbabile nella vita di tutti i giorni, davvero interessante è la tecnologia che si cela dietro all’insolito progetto: gli abiti sono infatti composti da e-foils intelligenti. Questi, inizialmente opachi, rispondono a opportuni sensori distribuiti su tutta la superficie dell’abito e, all’aumentare della temperatura corporea, diventano via via più trasparenti.

Intimacy Black
Intimacy Black

Evoluzione

Due sono i modelli ideati. Il primo (e più datato), Intimacy 1.0, nelle varianti Black e White, in grado di rispondere ad aumenti di calore generati dall’avvicinamento a fonti di calore generiche (siano esse persone…o termosifoni!). Per fortuna è poi arrivato Intimacy 2.0, abbellito da dettagli in pelle e integrato con sensori molto più sensibili capaci appunto di rilevare anche la minima variazione della temperatura e frequenza cardiaca di chi indossa l’abito.
Senza dubbio un esperimento originale, un gioco sensuale per scoprire il legame tra tecnologia e abbigliamento. E nell’attesa del già annunciato modello 3.0, sorge spontanea una domanda: ma il futuro sarà davvero così?

di Serena Mariani