Come deve essere un genitore?

Nelle campane di vetro forse dovremmo metterci galeoni e non i nostri figli

 

In questo momento sul mio nuovo tavolo ci sono esattamente i seguenti elementi:
-un dvd documentario sui Queen.
-una busta credo di Natale.
-due mie borse.
-bicchieri da amaro.
-dodici quaderni.
-la custodia del mio computer.
-il mio computer.
-i miei anelli.
-scartoffie.
-settantaquattro penne.
-una cornice scheggiata con dentro la foto di mia figlia a due giorni dalla nascita.

Credo che sul mio tavolo ci sia la sintesi perfetta della mia vita. Perché io sono questo, un miscuglio schifoso di attimi quotidiani e di incertezze costanti. A parte i Queen, ciò che vive il mio tavolo sono io, solo io, assolutamente io. E mia figlia vive del mio io.

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Prima il piacere e poi il dovere?

Ora.

Eccomi qui a ragionare di nuovo su ciò che un genitore deve essere. Allora mi siedo e comincio a fare il bastian contrario. Perchè oramai da qualche anno si è formata questa storia che una mamma o un papà deve essere un plurilaureato di anatomia, un plurialimentarista, un pluripsicologo infantile, uno che deve sempre e per forza conoscere la formula giusta per rendere il figlio felice.

Ma ci vogliamo ricordare per un istante cosa siamo noi, ma noi adulti, noi essere umani piccoli negli anni ottanta, quando non c’erano blog che consigliavano ai nostri genitori cosa fare nel week end, che poi si chiamavano semplicemente “fine settimana”, che mangiavamo probabilmente chili e chili di strutto ogni giorno per merenda, che vedevamo un uomo e una donna che in quel momento erano per caso i nostri genitori litigare, ma poi fare pace, che eravamo attaccati a una televisione che riproduceva una Candy Candy alquanto mignottella o tre bariste ladre con gli occhi di gatto o un pugile sanguinolento, ma dall’animo nobile, ricordiamoci un attimo cosa siamo ora e come siamo cresciuti, per favore, che le punizioni erano vere punizioni, che i compiti non finiti diventavano motivo per lanciarci al volo finali di scopa.

Ci ricordiamo quanta autoritarismo benevolo esisteva nella nostra crescita?
Ve lo ricordate?
Vi ricordate il terrore nel tornare un’ora dopo il coprifuoco?

-batticuore.
-paura a mille.
-consapevolezza che la stronzata pensata non verrà per nulla presa in considerazione.

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Prima…

Ora da genitore a me sembra tutto l’opposto. Mi sembra come se fossero i figli a comandare. Come se gli appioppassimo già ora delle paturnie che in realtà non hanno, ma che noi identifichiamo come tali, anche se sappiamo perfettamente che sono solo capricci.

Ora è come se comandassero loro, che siamo NOI alla stregua di un ottenne e non viceversa.

E no, maledizione, porca miseria, no.

Mi si definisce una mamma severa solo perché mi incacchio di brutto se mia figlia non porta a termine i suoi doveri, che poi si riducono nello studio a scuola e in quello musicale. Mi si definisce stressata dal o del lavoro, perché torno leggermente stanca dopo un turno doppio di lavoro. Ma perché, i nostri padri non erano uguali, tenebrosi, ma affascinanti e meravigliosamente scuri da porgergli cena e pantofole la sera. Idem per le mamme leggermente poco persuasive la sera quando ci “incoraggiavano” ad andare a letto con la stessa frequenza usata da Vanna Marchi per vendere amuleti.

I ruoli sono RUOLI.

Siamo educatori, ma anche esseri umani, saremo Déi per i nostri figli, ma comunque poracci rimaniamo, però secondo me è qui il bello. Perché è proprio così che un bambino si affaccia alla vita, da casa, dalla propria famiglia, che perfetta proprio non è, come il mondo, come il resto della gente che correva insieme a loro.

Quanto è giusto proteggerli? Secondo me poco.

Lo scontro ahimè deve cominciare da noi, da qui e non è una giustificazione a certe mie giornate storte; anzi.

Un bambino deve essere in grado di capire che chi lo ama non è perfetto, ma non per questo imperfetto per amarlo, semplicemente diverso. Perché per chi ce la mette tutta, possono esistere giornate N0 e allora bisogna cominciare a fare i conti anche con questo. E non esistono psicologie spicciole, ma solo la vita, che ti porta a essere triste, ma comunque centrato nei propri doveri.

Mettere il figlio dentro una bolla di buonismo, per me è solo un errore.

Purtroppo noi non siamo loro amici, noi possiamo rendere allegra la loro infanzia, ma non perfetta.
E allora che ci sia un po’ di severità, di stanchezza e di urla. Se tutto ciò nasce da un amore vero, loro lo capiranno.

Impareranno i ruoli. Noi come loro.

Diventare genitore, vuol dire partire da una base di senso di colpa osmotico, il trucco sta nel sopprimere tutto questo e creare consapevolezza e rock’n roll.

Per il resto sul mio tavolo ho scoperto esserci anche un avanzo di mela.

Credo sia qui sopra da due settimane…