Gianmarco Tognazzi: La donna secondo me

 

Un uomo semplice e complesso al tempo stesso, un professionista scrupoloso, un attore poliedrico, un eclettico: Gianmarco Tognazzi uno dei volti più famosi del cinema e del teatro italiano. Figlio di Ugo Tognazzi e di Franca Bettoja, con oltre sessanta film, teatro, tv e un progetto di successo qual è “La Tognazza Amata”, torna sul grande schermo con “Il Ministro“, un film che tratta di politica, corruzione, disperazione e tutta una serie di cliché propri del nostro Bel Paese e dove Gianmarco, protagonista indiscusso, nei panni dell’imprenditore sull’orlo del fallimento, sfodera una delle sue performance migliori.

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Gianmarco Tognazzi nella sua tenuta La Tognazza Amata

Ironicamente ama definirsi “un artigiano di lusso“, perché un artista è sempre un artigiano e le sue forme d’espressione, siano esse sculture, performance teatrali, cinematografiche o culinarie, parlano comunque di lui. E’ molto legato alla sua famiglia in particolar modo alla sorella Maria Sole con cui ha una forte intesa e un rapporto speciale, ascolta il suo lato femminile anche se è quasi sempre quello maschile a predominare, ama il suo lavoro e la sua azienda agricola dove si dedica con passione e dedizione proseguendo la tradizione di famiglia iniziata dal padre Ugo negli anni ’60 nella produzione di vino e olio. Odia qualsiasi tipo di cliché, non si considera un bello canonico da copertina ma piuttosto un uomo da articolo interno. Diviso tra set e azienda agricola si è concesso a noi di Bigodino.it in un’intervista davvero esclusiva.

Quando si parla della famiglia Tognazzi il pensiero inevitabilmente va agli uomini: tuo padre, te, tuo fratello. Ma come sono e che ruolo hanno avuto e hanno le donne della famiglia Tognazzi?

Le donne hanno avuto e hanno un ruolo fondamentale nella famiglia Tognazzi, la nostra è stata una famiglia prevalentemente Ugocentrica e in particolare mia madre Franca Bettoja, la donna con cui Ugo ha passato la maggior parte della sua vita, che è sempre riuscita e lo fa ancora oggi a tenere unita la famiglia nonostante i figli di Ugo non fossero tutti suoi figli. Mia madre è stata una donna che a un certo punto della sua vita ha deciso, nonostante avesse una carriera brillante come attrice sia per la sua bellezza che per le sue capacità dimostrate con Pietro Germi e con altri registi, di dedicarsi a quella che era la gestione della sua famiglia e dei suoi affetti. Noi come Bettoja siamo molto uniti sia da un punto di vista familiare che di riservatezza. L’altra donna della famiglia a cui sono particolarmente legato e con cui ho un rapporto speciale e una grande intesa è Maria Sole. Maria Sole è una donna equilibrata, solare con la quale ho, da un punto di vista lavorativo, un rapporto simbiotico. E’ una donna molto matura, saggia e dal carattere istrionico; ha le idee molto chiare, sa dove vuole andare a parare e i risultati dimostrano che ha scelto l’approccio giusto. Lei da Ugo ha preso la grande ironia, mentre io l’amore per le donne.

Si dice che in ognuno di noi ci sia un lato anche femminile. Tu che rapporto hai con questa parte? La assecondi oppure non le dai retta?

No, no io ho sempre assecondato la mia parte femminile che esiste e non voglio ignorare così come c’è una parte maschile nelle donne. Credo che uomini e donne siano assolutamente speculari chi più accentuati chi meno hanno rispettivamente un lato maschile e femminile. Il lato femminile può avere aspetti differenti che possono essere: un certo tipo di sensibilità, di gusto e anche un po’ di debolezza, ma questo vale sia al maschile che al femminile perché anche un uomo può essere debole, ma magari non lo dà a vedere. Dipende dal modo in cui viene vissuto se come un contrasto o come una cosa del tutto naturale. Io l’ho sempre riconosciuta, senza saperla bene identificare; so che esiste, che è dentro di me ed è una cosa che mi piace e se vogliamo che compensa quel lato molto maschio e “Tognazzesco” che tutti noi Tognazzi abbiamo; è la mia parte Bettoja se la vogliamo definire così.

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Gianmarco Tognazzi

Le donne stanno al cinema come…

Per me le donne devono stare al cinema come gli uomini stanno al cinema, molto semplicemente. Per me esiste il talento, la sensibilità, la predisposizione, il carisma; la distinzione uomo – donna è una cosa che sinceramente capisco solo da un punto di vista genetico. Per me non c’è l’uomo o la donna c’è l’essere umano fatto di natura pura. La donna sta al cinema come l’uomo sta al cinema, la donna sta alla cucina come l’uomo sta alla cucina, per me sono tutti sullo stesso piano. Così come non mi piacciono gli eccessi nelle rivendicazioni o il vittimismo di fronte a determinati temi sia legati al mondo maschile che a quello femminile altrimenti diventa la solita lotta tra carnivori e vegani. In Italia le donne stanno al cinema ingiustificatamente e purtroppo meno degli uomini perché ci sono delle abitudini o un codice non scritto che ci tramandiamo da troppo tempo, ma che mi auguro venga meno quanto prima.

Uno dei film culto della carriera di tuo padre è senza dubbio “Il Vizietto”, una pellicola che tratta un tema, quello dell’omosessualità, per quegli anni tabù. Molti i ruoli femminili interpretati da attori maschi. Ti sarebbe piaciuto interpretarne uno? Se sì, quale?

Molti non ricordano che Ugo fece un’opera di avanguardistica dieci anni prima dell’uscita nelle sale de “Il Vizietto”, con un film meraviglioso di Vittorio Caprioli che si chiamava “Splendori e miserie di Madame Royale”, dove nel ’67 Ugo interpretava il ruolo di un travestito che batteva al Colosseo. Quindi se parliamo di omosessualità e di periodi in cui era tabù, figuriamoci dieci anni prima che rischio e che responsabilità si prese andando a parlare di un tema così delicato. Fu un film talmente anticipatorio che venne preso con paura e con diffidenza e magari dieci anni dopo le persone furono più predisposte e aperte ad accettare il Vizietto. Difficilmente riesco a pensarmi in qualcosa che è stata fatta da mio padre, ma se proprio dovessi, avrei amato interpretare il ruolo di Albin perché è senza dubbio il ruolo chiave del film. Tutti gli altri sono ruoli egualmente importanti, ma che completano quello di Albin e Renato. In realtà ho sempre cercato di evitare situazioni in cui fosse stato coinvolto direttamente Ugo proprio perché non amo cimentarmi in qualcosa fatto da lui anche perché non si reggerebbe il confronto. Sono assolutamente orgoglioso se mi dicono che ci sono delle cose di me che ricordano mio padre, ma proprio perché io non penso a mio padre quando faccio il mio mestiere, non faccio quelle scelte e mi tengo alla larga dal fare cose che ha fatto lui. Forse mi sono precluso delle opportunità, ma non amo dare adito a facili e banali luoghi comuni come quello del figlio d’arte, che sinceramente trovo anacronistico.

La Tognazza Amata, la tua azienda vinicola, nasce dalla passione e dall’amore per il cibo di tuo padre che in qualche modo ti ha trasmesso. Perché il nome la Tognazza Amata? Quale dei tuoi vini stapperesti in una cena tete a tete per fare colpo su una donna?

“La Tognazza Amata” nasce dalla passione di Ugo per la terra. Il concetto da cui partiva era: voglio sapere quello che mangio e siccome voglio sapere quello che mangio, mangio solo cose che provengono dalla mia terra perché so come sono state gestite. Precursore dunque di quello che oggi è il km 0 e del biologico. So quello che mangio perché lo produco nella mia terra senza concimi particolari o pesticidi ed è per questa ragione che ho deciso di rimettere in piedi la Tognazza che era una cosa fatta solo per casa, per se stesso quindi a scopo egoistico. L’idea di Ugo della Tognazza era quella di avere un posto dove poter stare con gli amici e cucinare con i prodotti che la sua amata terra gli dava. La mia idea tornando a stare qui non è stata soltanto per quello che poteva significare per me, per mia moglie, per i miei figli, ma di farla diventare azienda e quindi far conoscere a un gruppo di amici più ampio una filosofia, un modo di fare applicandola soprattutto al vino che è quello che ci dà maggiore quantità. Il nome La Tognazza Amata è semplicemente perché si parla di una tenuta che è un sostantivo femminile, cantina è un sostantivo femminile, si parla di azienda agricola ancora femminile Azienda Agricola Tognazzi o Azienda Agricola La Tognazzi non suonavano bene; la verità è che è stato Ugo e la sua ironia a dare il nome a un luogo che non aveva un nome. Io l’ho fatta diventare azienda concentrandomi su vino olio e altri prodotti principe interfacciandomi con altre persone che sul territorio fanno lo stesso e hanno la stessa filosofia nella gestione di un orto biologico. Tornando a noi, con mia moglie, dato che ama il rosso, stapperei uno dei nostri rossi. Fortunatamente visto che i nostri vini sono tre potrei stapparli anche tutti e tre; il nostro bianco Ugo lo definiva – aperitivo inimitabile vanto della mia vigna – e se lo era quello che facevamo in casa con metodi molto artigianali credo che oggi del Tapioco che è il nostro bianco direbbe non solo vanto della mia vigna, ma che è il vino più buono del mondo e credo che con tutto il rispetto lo sappia anche lui e che ne sia molto orgoglioso. Quindi per rispondere alla domanda per aperitivo con mia moglie aprirei un Tapioco e poi potrei decidere sulla base dei sui gusti tranquillamente tra un Cose se fosse o Antani, ma alla fine sceglierei Antani perché lo speziato che ha attraverso il Syrah e l’erbaceo che ha attraverso il Cabernet Franc, anche se in piccola percentuale, conferisce a quel vino una struttura e una corposità molto interessante e ancora non sono usciti i vini nuovi su cui stiamo lavorando da due anni e che sono di fascia nettamente superiore a questi. Bisogna essere autoironici nella comunicazione, seri in cantina e su come si fa il prodotto, ma anche poco seri, ironici come quando si dà il nome a un vino e questo ha riguardato proprio la scelta delle tre etichette Tapioco, Come se fosse e Antani dedicate alla super cazzola, che poi era il vino che bevevano mentre scrivevano Amici Miei, che quindi ha contribuito a inventare quelle terminologie che sono diventate citazioni celebri e immortali.

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Gianmarco Tognazzi con uno dei suoi vini “Come se fosse”
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Gianmarco con i suoi tre vini: Tapico – bianco e Come se Fosse e Antani – rossi

Non è un segreto che sei considerato un “bello” e desiderato da molte donne. Quale tipo di donna attira la tua attenzione. E perché?

Diciamo un tipo. Canonicamente non sono proprio considerato un bello altrimenti sarei un uomo da copertina, invece con mio grande orgoglio sono considerato un uomo da articolo interno. In Italia in copertina si vedono quelli che sono canonicamente considerati belli, ossia chi corrisponde a criteri di bellezza ben definiti, mentre io sono orgoglioso di essere un tipo e quindi un uomo da articolo interno più che da copertina. In Italia purtroppo ragioniamo per schemi fissi; la bellezza secondo me non ha un canone preciso, invece in Italia gli si vuole dare un volto preciso, un cliché, in Italia siamo pieni di cliché sulla bellezza, sui gusti, io sono un anti cliché in tutte le mie scelte, quindi sono ben felice di non rappresentare appieno quello che è il cliché del bello nazional popolare ben lontano dal fascino e dal carisma. Una donna per attirare la mia attenzione deve essere semplicemente donna, senza esasperare o accentuare particolari atteggiamenti. Le donne sono per natura sensuali, per cui quando una donna già bella cerca di volerlo ostentare di più, ai miei occhi perde il suo fascino. La maggior parte delle donne possiede questa sensualità e femminilità che sono innate e dunque non serve accentuare nulla. Non c’entra l’essere bionda, mora o rossa, la verità è che quello della femminilità è un dono o ce l’hai oppure no.

Nell’ultimo film “Il ministro”, dove hai il ruolo di protagonista, c’è qualche figura di donna? La pellicola parla di politica e di corruzione nel nostro Paese. C’è qualche nesso con l’immagine femminile dei nostri giorni? 

Nel film “Il Ministro” le donne alla fine forse sono quelle vincenti, ma sicuramente sono la parte forte anche se apparentemente potrebbe sembrare il contrario. Tre donne inizialmente diverse, con provenienze diverse: una orientale, una di colore e una europea con background differenti alla fine hanno la situazione in pugno e quindi le figure femminili nel film sono fondamentali sia per il ruolo che hanno sia per l’alterazione degli equilibri nella parte principale del film che è la cena serale. Il film ha una presenza femminile fondamentale dove le donne ne escono senza dubbio vincitrici, non proprio in modo edificante.

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Gianmarco Tognazzi in una scena del film “Il Ministro” nelle sale dal 5 maggio

Considerando la fama di cuoco di tuo padre, la cucina è solo un sostantivo femminile?

No assolutamente no nonostante oggi il 95% degli chef stellati siano uomini la cucina se ci guarda indietro è stata sempre una prerogativa prettamente femminile. L’uomo lavorava e la donna era in cucina tant’è che Ugo fu visto come un alternativo per il fatto di amare e di essere in cucina, perché negli anni ‘50 e ‘60 la cucina era esclusivamente regno della donna. Questa è una delle parti femminili che Ugo ha assecondato nella sua vita: l’amore per le donne e per la cucina lo hanno portano a entrare in cucina arrivando all’assurdo di non volere poi nessuno tra i piedi mentre cucinava. Solo chi aveva esperienza e cognizione di causa poteva varcare quella soglia. Ricollegandomi a una delle prime domande ti dico che le donne stanno al cinema come la cucina sta alle donne, nel senso che in entrambi i casi oggi mi piacerebbe che fossero più presenti.

di Marco Ricci