Gli otto anni sono i nuovi diciotto?

 

Circa due ore fa mi sono fumata tre sigarette di seguito.
Non mi capitava da quando ero alle superiori, il mio esame di Maturità era agli sgoccioli; tutti noi avevamo gli occhi puntati, occhi di una commissione pigramente attenta non tanto sul nostro rendimento, quanto su cosa chiedere per fare meno figure di merda davanti alla presidentessa. Io al bagno accompagnata da un bidello come palo, sfogavo le mie paure e le mie speranze dentro un tubo di carta con dentro tabacco tagliato dal signor Diana blu. Sarebbe toccato a me di lì a poco. Sarebbe finita quell’ansia e tutto si sarebbe risolto con un numero su un foglio. Io finalmente libera avrei provato tantissime altre emozioni, ma quella no, quella l’avrei fatta scivolare via dentro la stretta di mano finale con la mia professoressa di italiano. Quella cosa lì, l’avrei abbandonata e non l’avrei mai più rivista. 

Quella cosa lì solo bisogna cacciarla via il prima possibile.

Di anni ne sono passati, di estati anche, ci sono stati viaggi, amici, amanti, lavori e una figlia. Le stagioni erano scandite prima da pesantissimi esami universitari, poi da noiosissimi turni di lavoro al bar e successivamente da curiosi eventi provocati da Margherita; ma mai quella cosa lì tornò da me. Oh, mai e poi mai, manco durante la funesta separazione, il mix di climax emotivo e ansia apocalittica mi aveva più raggiunto.

Finora.

Fino a quando accendi e spegni e accendi e spegni e accendi e spegni, mi ha illuminato.

Rieccola qui, quella.

Bastarda.

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Glenda Sburelin

Il motivo di questa migrazione neurologica verso il mio emisfero depressivo nasce unicamente da un solo e unico fattore. Margherita a breve riceverà un telefonino tutto suo. O meglio, una specie di telefonino, tipo un walkie-talkie, una specie di scorciatoia per alleggerire me e il padre durante le vacanze estive, da questi minimi e fastidiosi contrattempi che potrebbero impedirci di sentire la bimba quando distante da noi. La cosa strana è che se qualche mia amica mi avesse dato tale notizia, è probabile che avrei anche rosicato per non essere stata io la prima a essere disinvolta come mamma su questo tipo di dinamiche.

Perché sì, diamine, qui non si parla di OGGETTO per me, ma altresì di DINAMICHE vere e proprie, provocate da un’azione, magari anche innocente, come quella di regalare alla figlia un mezzo per essere sempre in contatto diretto con lei.

Ecco, per esempio, ora, sono sincera. Per me questo è puro autoconvincimento.

Io a otto anni mi scaccolavo.

Io a otto anni chiedevo a mia madre di aspettare seduta sulla vasca mentre facevo pipì.

Io a otto anni giocavo con le Barbie, senza ancora farle fare strusciamenti sessuali bidimensionali con Ken.

Io a otto anni ero una ragazzina. Anzi ero una bambina. 

Mentre ora, questi non sono bambini, sono già esploratori definitivi perché si arrampicano al parco, concertisti affermati perché sanno suonare Immagine col flauto, bambini straordinari che possono (e devono) essere sempre al passo con i tempi.

Sono bambini (sicuramente) indaco, con il loro quadro astrale, il loro segno zodiacale e il loro ascendente, che devono andare in giro senza essere vaccinati, che hanno bisogno di occupare al secondo il fine settimana, che devono sapere come accendere uno smartphone, che devono sapere chi era Vivaldi, che devono conoscere almeno un film di Fellini e sapere quanti fiori aveva in testa Frida Kalo, che non devono mangiare il glutine, che non devono abbrutirsi davanti al televisore, che non devono lagnarsi, che non devono annoiarsi, che devono gestire genitori separati e ipotetiche famiglie allargate. 

Che devono avere un telefono.

Che invece di otto anni ne devono dimostrare almeno diciotto. Almeno.

La mia preoccupazione però non acchiappa tanto l’assurda constatazione su questi ragazzini che neanche possono più fare i ragazzini, ma semplicemente dal fatto che, a una mia reazione totalmente negativa a riguardo, io mi possa sentire immediatamente una mormona americana pallida del 1893 (con tutto rispetto per le nonne dei mormoni, almeno per quelle obiettivamente cadaveriche). Si perché ormai una mamma, o un genitore X, quasi non può permettersi di andare contro questo, contro l’avanzamento dei tempi, che però lasciatemelo scrivere nero su bianco, si stanno non bruciando, ma letteralmente fumando un po’ troppe tappe. La mia reazione negativa vorrebbe dire andare contro a una piccola -o grande- evoluzione dentro la quale vive anche mia figlia. Perché se io m’incazzo e mi impunto sul negare a Margherita un telefono, o un’attività parallelamente “contemporanea”, diventerei io subito la madre di merda, o quella antica, o quella che vuole creare problemi; se polemizzassi su argomenti del genere, di conseguenza dovrei affrontare la quotidianità di Mina sempre e comunque come bastian contrario, quando io stessa ero quella che urlava e denigrava la madre, quando essa stessa consciamente e a fatica, si infilava le stesse scomode vesti.

Forse perché io e la mia generazione abbiamo visto talmente tanti cambiamenti, che ora siamo solo stanchi. O forse da genitore le paranoie del calibro di tre sigarette di fila sono un menù amaro con cui convivere per sempre, va bene tutto. Io però non riesco a non ridere quando Mina ancora si veste da principessa senza pensare a truccarsi, ma concentrandosi su una coroncina rotta di plastica e zirconi, e ancora tiro un sospiro di sollievo sentire dalla sua stanza cantare dentro un CD il coro dell’Antoniano e intonare Le tagliatelle di nonna Pina. Perché se l’esempio della mamma e del papà riempie e nutre una futura personalità e peculiarità verso un preciso indirizzo di vita, allora è anche vera la mia antica convinzione, cioè quanto anche un solo oggetto possa essere elemento di mutazione e percezione emotiva del bimbo nel proprio essere in quel momento. E non voglio insinuare che l’innocenza di un bambino possa scaturire o meno da ciò che di materiale è attorno a lui, ma forse SOLO da ciò che un genitore reputa NORMALE E SCONTATO in quel preciso attimo della sua vita.

Forse sono più antica di mia nonna, io che ho iniziato a fumare a 13 anni e a lavorare a 17.

FORSE

Magari però un giorno capirò che avevo ragione io.

Perché sia chiaro, io sono solo che felice di avere una figlia al passo coi tempi, ma a me questo più che passo mi sembra solo un inutile galoppo.

Sarò più antica di mia nonna. Ma anche sticazzi.

 

 

di Elisa Giani