Se potessi, lo farei

Ma solo perché desideriamo sempre quello che non possiamo avere.

Tutte abbiamo presente la campagna fotografica promossa dal Project breast feeding attraverso le foto di Hector Cruz, in cui degli uomini posano a torso nudo con i figli in braccio e dove campeggia la frase Se potessi, lo farei. [fonte]
Tema: l’allattamento al seno.
Obiettivo: spingere le madri a non vergognarsi di allattare in pubblico.
Eppure quello che è il gesto più naturale dell’universo non solo è vietato in alcuni luoghi pubblici, ma diventa spesso fonte di disagio per le neo-mamme.
A me è capitato in sorte di avere un bambino quando l’allattamento al seno è tornato prepotentemente di moda, supportato da fior di pediatri ed entusiaste ostetriche, che hanno scoperto quello che qualsiasi nostra nonna [non c’è bisogno di andare più in la nel tempo] sapeva benissimo: il latte materno è un alimento completo, aumenta le difese immunitarie del neonato, è sempre a disposizione, alla giusta temperatura, senza traffico di tettarelle e sterilizzatori. Aggiungo anche che conviene economicamente.

Ma non è tutto così meravigliosamente semplice e piacevole.
Ora, dopo poco più di un mese di allattamento esclusivo al seno, sento di poter rispondere a quegli uomini del “Se potessi. Lo farei” che se potessero, glielo lascerei fare senza rimpianti e senza invidia.
Gary Yourofsky attivista vegano vegetarianoAllattare è fisicamente e psicologicamente impegnativo. Fisicamente ti ritrovi con un seno enorme, ingestibile, spesso dolorante. Si passa dal non potersi rigirare nel letto a causa del pancione a non poterlo fare a causa delle dimensioni del seno. Uscire è un delirio: niente di quello che c’è nell’armadio è della misura giusta. Oppure quello che hai non è abbastanza scollato. Spesso ti ritrovi come sul palco di Miss Maglietta Bagnata. Quindi andare in giro con il nano diventa proibitivo. Già allattare in pubblico ci fa sentire osservate, se poi ci si deve anche mezze denudare direi che l’imbarazzo sale di intensità.

Vestirsi comoda per tirare fuori solo quello che serve per nutrire il pupo è più facile a dirsi che a farsi. Gran scelta di reggiseno per allattamento, ma decisamente pochi articoli di abbigliamento. A meno che non si voglia spendere un patrimonio per abiti di dubbia qualità e di scarsa femminilità. E personalmente, questa volta, nemmeno con lo shopping online sono riuscita a risolvere [ne avevo scritto a proposito della gravidanza].

Se a questo si aggiunge che il lattedimamma non sai mai quanto lo farà sentire sazio (un paio di ore? un’ora sola? non è possibile quantificare), programmare le uscite diventa del tutto inutile. Mi è già capitato di dover correre a casa dal parco distante poche centinaia di metri da casa, mentre il pupo gridava come una sirena impazzita, fra sguardi di rimprovero e di compassione.
Ci sono poi dei giorni in cui sembra che il nano non sia mai sazio, e visto che la moda del momento promuove l’allattamento a richiesta [non guardate l’orologio, diceva l’ostetrica al corso pre-parto, ma guardate il vostro bambino] passo anche tre ore di seguito inchiodata alla sedia a dispensare cibo. Se decidessi che allattare in pubblico non mi imbarazza, già mi immagino ore seduta al centro commerciale in attesa che il pupo si stacchi da solo. O peggio: al parco. Mentre tutte le altre mamme corrono dietro in loro bambini.
Insomma: conto i giorni che mi separano dallo svezzamento, quando potrò uscire portando nella borsa qualche biscotto o un vasetto di frutta. Tanto prima o poi la latteria chiude.