Sindrome di Stoccolma

Che cos’è la Sindrome di Stoccolma?

Che cos'è la sindrome di Stoccolma e perché viene associata al caso di Silvia Romano, la volontaria liberata dal governo italiano?

Ultimamente si parla tanto della Sindrome di Stoccolma. In molti hanno detto che Silvia Romano, la volontaria italiana appena liberata dalla prigionia, potrebbe soffrirne. Ma che cos’è la Sindrome di Stoccolma, perché si chiama così, quali sono i sintomi e di cosa si tratta? A queste e a molte altre domande sull’argomento cercheremo di dare una risposta esaudiente. Scopriamolo insieme!

La Sindrome di Stoccolma è un’espressione che è stata usata molto nell’ultimo periodo. Il termine è stato abbondantemente usato nel caso di Silvia Romano, la giovane volontaria liberata dall’Intelligence italiana in collaborazione con agenti turchi e somali. La ragazza è tornata a casa affermando di non aver subito costrizioni di alcun genere, di essere stata trattata bene e di essersi convertita liberamente all’Islam. Parole che hanno spiazzato molte persone, cogliendo di sorpresa anche alcune autorità.

Silvia Romano

La sua apparente tranquillità e il modo in cui ha raccontato la sua versione, non hanno convito tutti… ecco perché, in tanti hanno ipotizzato che Silvia Romano fosse affetta da questo disturbo. Ma cos’è la Sindrome di Stoccolma? Scopriamo insieme, partendo dalla base.

Cos’è la Sindrome di Stoccolma

La definizione della Sindrome di Stoccolma è chiara: si tratta di un particolare stato di dipendenza psicologica e/o affettiva che insorge in alcune persone vittime di violenze fisiche, psicologiche o verbali.

Quando si manifesta il disturbo? Di solito, la Sindrome di Stoccolma si manifesta durante e dopo i maltrattamenti subiti.

Come si manifesta? La vittima inizia a provare dei sentimenti positivi nei confronti del suo carnefice al punto che diventa completamente dipendente da lui, lo giustifica e lo perdona. Una persona che soffre della Sindrome di Stoccolma può addirittura innamorarsi del suo aggressore e diventare completamente sottomessa a lui.

Sindrome di Stoccolma

La Sindrome di Stoccolma, però, non è stata classificata in alcun manuale o libro di psichiatria o psicologia, non è inserita in nessun sistema internazionale di classificazione psichiatrica e compare soltanto in un numero molto ridotto di studi scientifici. Nelle fasi di preparazione dell’ultima edizione del DSM (la V-a), la comunità psichiatrica aveva seriamente preso in considerazione la possibilità di inserire anche la sindrome di Stoccolma, finendo poi per escluderla.

Perché si chiama così

Il nome di questo disturbo è decisamente insolito: Stoccolma, la capitale della Svezia. Sapete perché si chiama così? Per avere la risposta bisogna tornare indietro nel tempo. Il 23 agosto del 1973, Jan-Erik Olsson, un uomo di 32 anni, tentò una rapina alla sede della banca Sveriges Kreditbanken. L’uomo, un detenuto evaso dal carcere di Stoccolma, prese in ostaggio 3 donne e un uomo e chiese alle autorità di liberare un altro detenuto, Clark Olofsson.

mani tra le sbarre

I 4 ostaggi, Brigitte, 31 anni, impiegata, Elisabeth, 21 anni, cassiera, Kristin, 23 anni, stenografa e Sven, 25 anni assunto da pochi giorni, una volta liberati, sembravano dispiaciuti per la sorte del rapinatore. Durante la rapina avevano temuto più la polizia che l’uomo che li aveva presi in ostaggio e, al processo, alcuni testimoniarono a suo favore. In seguito, una delle vittime instaurò addirittura una relazione sentimentale con uno dei due detenuti.

Sintomi

Tra i sintomi più comuni di questo disturbo possiamo elencare alcuni qui di seguito:

  • Provare simpatia, attaccamento, affetto e, in alcuni casi, addirittura amore nei confronti del o dei sequestratori;
  • Compiacere il o i sequestratori;
  • Rifiutarsi di collaborare con le forze dell’ordine o con i soccorritori;
  • Assoggettarsi al volere del carnefice;
  • Rifiutarsi di fuggire anche avendone la possibilità;
  • Difendere e, addirittura, giustificare l’operato del o dei rapitori.

Si tratta, comunque, di sintomi che variano da persona a persona.

Cause

Non si conoscono molto bene le cause di questo disturbo. Possiamo parlare più che altro di situazioni determinanti per l’insorgere della Sindrome di Stoccolma. Infatti, sembra che il disturbo ha buone probabilità di innescarsi quando:

  • la vittima prova dei sentimenti positivi nei confronti del suo carnefice;
  • tra ostaggio e rapitore non si conoscevano in precedenza;
  • la vittima prova dei sentimenti negativi nei confronti delle autorità o dei soccorritori;
  • la vittima crede nell’umanità del suo carnefice.

Quando si verifica una o tutte queste situazioni, la probabilità che l’ostaggio inizi ad avvertire un legame con il rapinatore e abbastanza alta.

Come si cura

Per la Sindrome di Stoccolma, attualmente, non esiste una terapia. Di solito, si lascia fare al tempo tutto il lavoro e la persona, piano piano, riesce a riprendersi indietro la propria vita, ristabilendo le sue priorità.

I film che ne parlano della Sindrome di Stoccolma

Ci sono diverse produzioni cinematografiche che ne parlano di questo disturbo e, addirittura, anche qualche cartone animalo. Il più famoso? La Bella e la Bestia… in cui la protagonista viene tenuta in ostaggio da un essere mostruoso e finisce per innamorarsi aiutandolo a trasformarsi in un bellissimo giovane. Su questo film di animazione, però, ci sono opinioni contrastanti. Belle, infatti, mantiene la sua libertà di pensiero e la sua indipendenza.

La Bella e la Bestia

Tra le serie più conosciute al momento in cui ci sono presenti riferimenti alla Sindrome di Stoccolma, ricordiamo la Casa di Carta, la serie spagnola trasmessa su Netflix. È quello che succede tra l’ostaggio Mónica Gaztambide (che successivamente prenderà appunto il nome di “Stoccolma” e il rapinatore Denver.

La Casa Di Carta

Ma l’industria cinematografica è piana di altri esempi: “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto”, “Tom à la ferme”, “Il portiere di notte”, “Un mondo perfetto”, “Il negoziatore”, “La pelle che abito”, “Dal tramonto all’alba”, “Légami”, “Agente 007 – il mondo non basta”, etc.

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