I ragazzi con Sindrome di Down aprono una pizzeria

Quattro amici dai 20 ai 25 anni con sindrome di Down decidono di aprire una pizzeria dopo essere stati rifiutati da tutti i posti di lavoro

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Leandro, Metthew, Mauritius e Franco sono quattro amici con sindrome di Down tra i 20 e i 25 anni che volevano avere la stessa indipendenza delle persone comuni alla loro età: lavorare, guadagnare, mettersi via i propri soldi e avere una stabilità senza fare affidamento sui loro genitori.

Ma non è stato facile per loro, la ricerca del lavoro in azienda è stata inutile, venivano sempre respinti e anche se nessuno gli diceva il vero motivo loro sapevano che è per la loro disabilità.

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Così, stanchi di ricevere rifiuto dopo rifiuto hanno deciso di aprire la propria attività: un servizio di ristorazione e pizzeria per piccoli eventi.

“I ragazzi sono preparati, facevano corsi di cucina, di pizzaioli, di sala, ma nessuno li assumeva mai. Così abbiamo deciso di aprire questo progetto” dice la mamma di Metthew.

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È stata lei ad aiutarli ad iniziare il progetto due anni fa. Progetto che ha funzionato molto bene, molto meglio di quanto avrebbero pensato. In un anno hanno gestito più di 2000 eventi.

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Il locale si chiama “Il prezzemolo”, ed è partito con questi quattro amici fino a diventare oggi una struttura in cui lavorano molti altri ragazzi. I ragazzi vengono chiamati anche da altre città.

Leandro è colui che funge da coordinatore della squadra, ed ha inventato lui il nome.

“Volevo dare un nome che suonasse divertente così ho scelti il Prezzemolo, ci rappresenta un po’, vogliamo stare dappertutto” dice Leandro

Il gruppo pianifica il lavoro prima di ogni evento, coloro che tagliano il formaggio, altri fanno le bruschette, altri ancora si dedicano a condire le pizze. Con tutto pronto vanno all’evento infornano e cucinano.

Il Prezzemolo sta avendo successo non solo perché è gestito dai ragazzi Down, ma perché fanno delle prelibatezze deliziose e il servizio offerto per i bambini è di ottima qualità.

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“Ciò che viene trasmesso è molto umano. Non è solo il servire una pizza, ma c’è un dialogo dietro. Sembra sempre un incontro tra buoni amici. Sanno che è un lavoro e seguono delle regole ben precise”